Cavalleria e Pagliacci

Due opere veriste legate al Meridione presentate dall'Opera di Roma

Vanno rappresentate insieme le due opere “veriste” di Mascagni e Leoncavallo? Oggi pare che sia meglio di no, vista la diversa statura artistica dei due compositori. Però per decenni l’accoppiata  ha ben funzionato.  Diversi sono gli elementi che  avvicinano i due lavori: la brevità (Cavalleria un atto, Pagliacci due senza intervallo), l’ambientazione popolare nel Meridione italiano, la storia  d’amore e di vendetta, la vicinanza cronologica, 1890 e 1892. Opere considerate espressione di un bozzettismo popolareggiante, con citazioni folcloristiche locali – stornelli, cori religiosi, feste e sangue -, e l’inevitabile eredità verdiana, con un occhio però aperto al presente. Lavori dove i tenori “di forza” urlavano a squarciagola disperazione,furore e insieme duetti sensuali. Una”scuola” messa da parte  che sta però resuscitando per riscoprire l’originalità dei due musicisti.

Bene  fa quindi l’Opera di Roma – che battezzò Cavalleria il 17 maggio 1890  –  a riproporre insieme le due opere affidate alla bacchetta esperta di Carlo Rizzi e ad un cast di voci molto interessanti. La regia di entrambe è affidata a Pippo Delbono, attore e regista talentuoso, sulla quale i giudizi non sono stati unanimi.  L’idea di essenzializzare la rappresentazione collocandola in un vasto ambiente rosso  sangue –  il colore delle due opere – è indovinata, come  quella di lasciare i costumi tradizionali senza forzarne l’attualizzazione e di limitare la gestualità dei cantanti e del coro così da far”passare” il canto. Meno indovinata appare la presenza costante di Delbono sul palco a mimare la musica o la danza o ad accompagnare i suoi attori in contro-scene come pure i discorsi (brevi)prima delle due opere,in una sorta di diario personale interessante ma che rischia di essere eccessivo.

Sul versante musicale, l’orchestra regge  il peso di una strumentazione “feroce” in Mascagni, dalla melodiosità sanguigna e dalle impennate degli archi – i violini hanno un timbro molto caldo -, e più “intellettualistica” in Leoncavallo che si riscalda nel duetto Nedda Silvio (un bravissimo Dionisios Sourbis che sarebbe perfetto  in Donizetti  e in Verdi) e nella celebre aria “Vesti la giubba”, cantata da Fabio Sartori con voce piena e sicura e un pizzico di gigioneria che piace al pubblico. Perfetta la Santuzza di Anita Rachvelishvili, una voce portentosa, una presenza scenica decisa, che vorremo ascoltare in Verdi. Buoni tutti gli altri interpreti e appassionato il coro. Si replica fino al 15.

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