Becchetti: è tempo di nuove regole in Europa

La necessita di “cambiare la struttura portante” dell’Unione europea è avvertita da tempo. Ma occorre lungimiranza, come avvenne negli anni ’50 con il condono del debito della Germania. Intervista all’economista Leonardo Becchetti, Università Roma Tor Vergata
EPA/ANDY RAIN

ll dibattito si è fatto vivace fino ad impennarsi nelle fasi concitate della formazione del governo Conte a guida Lega – Cinque stelle, quando si è paventata la nomina di Paolo Savona, noto per le sue critiche verso la gestione attuale della politica europea, al ruolo chiave di ministro dell’Economia.

Dopo il fervore e le attese inziali è cresciuta la consapevolezza di una riforma necessaria delle regole dell’Unione europea a favore di una sovranità indebolita da parte dei singoli stati. Lo testimonia quanto aveva detto,  in una lunga intervista del 2016 a Città Nuova, Stefano Zamagni, autorevole economista e convinto europeista a proposito della tesi che vede nella Germania il Paese  che gode di una rendita di posizione imposta a tutto il continente: «Per capire la questione bisogna conoscere qualcosa di filosofia… È vero che le regole dell’austerità avvantaggiano la Germania, ma il motivo profondo che muove un tale atteggiamento è la cultura del deontologismo di Kant sintetizzata nel motto latino “Fiat iustitia et pereat mundus” (Sia fatta giustizia e perisca pure il mondo). È l’applicazione del concetto di “Ordoliberalismo”, maturato tra le due guerre nel mondo germanico e tradotto nella formula accattivante di “economia sociale di mercato” che ci ritroviamo nel trattato internazionale di Maastricht del 1992 fondativo dell’Unione europea. Con quella firma i Paesi hanno definito i parametri economici per entrare e restare nell’Unione legando mani e piedi ad una regola che la Germania vuol far rispettare costi quel che costi».

Zamagni invocava «un intervento politico di alto livello. Chiudere in un “convento” i rappresentanti di Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia per costringerli a riconoscere apertamente che «bisogna cambiare la struttura portante dell’Unione europea, altrimenti destinata a cadere a pezzi». Il professore di Bologna si diceva convinto della necessità di una svolta radicale e invitava a «riconoscere che sarebbe bastato, a suo tempo, seguire le indicazioni contenute nel memoriale di Jacque Delors (presidente della Commissione europea dal 1985 al 1995, ndr). Una conferma che i cattolici quando trattano certi argomenti  sono portatori di una saggezza particolare».

Su questi temi, che necessitano lo sforzo dell’approfondimento e non degli slogan, abbiamo avviato una serie di interviste, a partire da quella con il professor Giovanni Ferri della Lumsa di Roma.

Riprendiamo il discorso a partire dalle suggestioni di Zamagni, dialogando con Leonardo Becchetti, altro noto esponente dell’economia civile e professore ordinario presso l’università di Roma Tor Vergata.

Quanto è in pericolo l’Unione europea?

Credo tutto sommato che questa fase critica sia fondamentale per riscrivere le regole europee su nuove basi. L’Unione europea vive enormemente al di sotto del suo potenziale. La storia dei rapporti tra stati, proprio come quella tra individui, ci dice che il dono è il segreto della fertilità sociale ed economica. Il dono tra Paesi è ancora più difficile di quello tra individui perché il politico lungimirante può essere personalmente convinto che sia quella la strada giusta, ma deve sempre fare i conti con il consenso della propria opinione pubblica e con il rischio che l’opposizione lo accusi di svendere il Paese. Stagioni lungimiranti in cui i politici hanno saputo far proprio questo tesoro sono state quelle del piano Marshall, della riunificazione tedesca. Episodi importanti sono stati il condono del debito tedesco negli anni ’50. Oggi avremmo bisogno di quella stessa lungimiranza.

Ohlenschläger/picture-alliance/dpa/AP Images
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Perché si afferma che la Germania impone direttive che favoriscono solo i suoi interessi?

Non c’è dubbio che dopo la crisi del 2007 Roosevelt (la sua politica economica, ndr) non è mai arrivato in Europa. La Germania ha responsabilità importanti perché non ha mai assunto una leadership veramente continentale che avesse a cuore gli interessi di tutti i Paesi membri. E non ha saputo usare la stessa lungimiranza usata verso di lei con il condono del debito tedesco degli anni 50. Due pesi e due misure sono state anche fatte in materia di crisi delle banche anche per questioni temporali. Subito dopo la crisi molti soldi pubblici sono stati usati per i salvataggi degli istituti di credito del Nord Europa. Poi la porta è stata chiusa e quando sono arrivati i nostri problemi le regole sono cambiate. Le responsabilità sono però anche della nostra classe politica perché vicino a noi gli spagnoli sono riusciti ad ottenere condizioni molto migliori

Il “caso Savona” ha fatto riemergere un passaggio sommerso della nostra storia e cioè il dissenso sulla modalità della nostra adesione al trattato di Maastricht. È stata una scelta lungimirante e necessaria oppure abbiamo abdicato ad ogni possibilità di autonoma politica economica sacrificando occupazione e crescita?

Oggi siamo portati a sottolineare i limiti e problemi della situazione economica corrente e a non vederne i benefici. Sono anni che abbiamo inflazione inesistente e tassi d’interesse sui prestiti molto bassi. Condizioni che difendono il valore dei risparmi e il potere d’acquisto dei salari oltre che favorire l’accesso alle fonti di finanziamento bancario delle imprese.

È come se avessimo comprato con quegli accordi una reputazione sui mercati finanziari migliore di quella che avevamo quando viaggiavamo da soli. Molti hanno dimenticato, ma sono stati tempi difficili di inflazione a due cifre e forte sensibilità alle crisi finanziarie. Non dico che i problemi di oggi siano minori. L’economia reale sta soffrendo molto. Ma tutto è nato per gli errori di risposta alla crisi finanziaria globale del 2007. C’è stata quindi una prima fase dell’euro e di Maastricht da cui l’Italia ha tratto giovamento e poi c’è il periodo dopo il 2007.

 Klaus Ohlenschläger/picture-alliance/dpa/AP Images
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Un governo, di qualsiasi colore, possiede margini reali per ridiscutere regole già fisate a livello europeo? Quali e in che modo? 

Difficile a dirsi. Oggi qualcuno dice che abbiamo un deterrente molto superiore a quello della Grecia perché se salta l’Italia salta tutta l’eurozona. In realtà più che una “pistola puntata” contro i nostri interlocutori a me sembra la cintura di esplosivo di un kamikaze che minaccia di farsi saltare in area. La recente crisi dello spread testimonia che il solo agitare questo tipo di minacce si ritorce contro di noi prima di produrre danni verso i nostri interlocutori.

Sarebbe bello provare a lanciare un’offensiva per la riforma dell’Europa su altre basi, facendo appello a quello sguardo lungo e a quella lungimiranza di cui parlavamo. Purtroppo non sembra questa la stagione in cui ciò accadrà e le occasioni perse nel passato fanno dubitare che possa mai accadere. Ma guai a perdere la speranza. E basta col vittimismo. Grandissima parte dei nostri problemi dipende solo dai nostri limiti ed errori.

 

 

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