Amare la Regola dell’altro come la propria

Dopo la riscoperta della Regola e il ritorno alle fonti, quale futuro si intravvede per la vita consacrata? Sviluppare una lettura spirituale della singola Regola che sia frutto della comunione reciproca tra le Regole.

La Regola è il capolavoro del fondatore, della fondatrice. Su questo non c’è dubbio. E si capisce subito la sua importanza se si pensa che, in essa, si può cogliere con un unico sguardo i cardini della esperienza carismatica del fondatore e della fondatrice, il suo modo di vivere la sequela di Cristo, i punti di riferimento decisivi della sua proposta spirituale, i profili della missione che Dio gli ha affidato. Tutto questo sotto la guida saggia e l’approvazione della Chiesa.

Regola che, consegnata come eredità ai suoi figli e figlie spirituali, serve da bussola per guidare il loro cammino di vita ed il loro servizio ecclesiale. Si capisce, dunque, che i membri di un Istituto di vita consacrata siano fieri della loro Regola e che ne facciano un tesoro da custodire. Esprime la loro identità.

La Regola dimenticata

Ma queste sintesi sono sempre idealistiche. Bisogna avere i piedi sulla terra. Dal punto di vista storico, il processo di nascita, sviluppo e approvazione di una Regola, di solito, è tutt’altro che semplice. Non scorre con quella limpidezza e fluidità che forse suggeriscono le parole sin qui dette. Tante vicende, spesso rocambolesche, segnano la storia della nascita di una Regola. Travagli, sofferenze, strade intraprese che diventano vicolo cieco, necessità di ricominciare da capo.

Bisogna capire che nella nascita di queste opere concorre il disegno di Dio, ma anche la mediazione umana. Non poche volte, anche gli ostacoli del diavolo. Mai mancano dunque le difficoltà né la croce in questo processo, sia perché la croce appartiene necessariamente alla realizzazione del disegno di Dio, sia perché la croce a volte dipende dalla stupidità, dalla meschinità o dai pregiudizi degli uomini. Questo intreccio, comunque, diventa garanzia DOC dell’autenticità evangelica della nascita di un’opera di Dio.

I consacrati e le consacrate apprezzano le loro Regole. Ma, inaspettatamente, dopo tutto il lavoro di aggiornamento svolto sotto la spinta del Concilio, essi fanno fatica a convertirle in fonte di spiritualità. Troppo spesso, anche se utilizzate nei momenti “ufficiali”, restano dimenticate negli scaffali delle nostre stanze, a riempirsi di polvere, mentre i religiosi e le religiose corrono dietro i libri di qualsiasi autore spirituale “di moda”. D’altra parte gli sforzi dei superiori non sembrano raggiungere i frutti desiderati.

Non è facile capire le ragioni di questo fenomeno, ma bisogna approfondirlo, per trovare una via di uscita al presente “impasse”.

Lungo la storia, il valore e l’apprezzamento della propria Regola ha sviluppato nei religiosi/e un certo senso di riservatezza e segretezza. La Regola apparteneva alla dimensione più intima e familiare dell’Istituto e doveva essere sottratta allo sguardo degli altri. Gli estranei non potevano conoscerla o leggerla.

La Regola era custodita gelosamente, alimentando senza volerlo una certa “mitologia” sui misteri in esse contenuti. Ancora oggi vari autori scrivono romanzi pseudo-storici che sfruttano questa tradizionale riservatezza per riempire le proprie tasche di soldi, promettendo di svelare finalmente la verità sui motivi, sempre inconfessabili (potere, controllo, denaro, corruzioni diverse), per i quali certi Ordini hanno nascosto gelosamente le loro Regole.

Ritorno alle fonti

Questa situazione è radicalmente cambiata dopo il Vaticano II che, sotto la bandiera del “ritorno alle fonti”, ha dato inizio al rinnovamento della vita consacrata, invitando tutti gli Istituti a discernere tra Tradizione e “tradizioni”.

Il Concilio fondamentalmente puntava ad un doppio traguardo. Il primo: fare in modo che le “vecchie” Regole, segnate nel loro cammino storico più dallo stile del Diritto canonico che dall’ispirazione evangelica originale, potessero arricchirsi della grande novità che il Concilio aveva portato, ripristinando il ruolo della Parola di Dio nella tradizione e nella spiritualità cattolica.

Questo obiettivo ha messo le Regole “in vetrina”, ha significato un enorme lavoro da parte degli esperti e degli storici, il recupero dei testi originali dei Fondatori e delle Fondatrici, per capire le radici e lo sviluppo degli Istituti.

In questo modo si è sgonfiata la leggenda sui misteri. Ci si è resi conto che tante Regole avevano moltissimi punti in comune; anzi è apparso evidente che per alcuni aspetti diverse Regole recenti avevano preso l’ispirazione da Regole anteriori. Si è vista nitidamente la comune ispirazione evangelica di Opere diverse, sorte in secoli diversi, come pure di Opere nate quasi contemporaneamente seppure in luoghi diversi.

I tratti comuni, la vicendevole dipendenza, i ricorrenti riferimenti evangelici ci permettono di dire che esiste un vero intreccio tra le Regole, nuove come antiche.

Dopo tutti questi anni mi sembra possibile affermare che questo primo obiettivo è stato raggiunto. Le Regole e le Costituzioni prendono spunto dal Vangelo, dalle parole e dai gesti di Gesù. Certo, alcune volte la ricerca sincera dell’autenticità ha significato un ritorno totale al passato, il ritorno alle fonti è stato scambiato con “l’imitazione archeologica letterale”, come se lo Spirito che aveva parlato in quei tempi non fosse lo stesso Spirito che parla oggi. Ma sono casi isolati.

Il secondo obiettivo cercava di aggiornare la teologia utilizzata come fondamento degli elementi centrali della vita consacrata. C’erano tanti elementi da sistemare: la centralità cristologica, la nuova ecclesiologia, la trasformazione liturgica, la riflessione attorno ai carismi, sulla consacrazione… un universo di nuovi orientamenti teologici che bisognava accogliere.

Anni di lavoro e di riflessione stanno permettendo piano piano anche il raggiungimento di questo obiettivo. Non senza difficoltà, interpretazioni deviate e diversi problemi. Tuttavia per capire la portata della riforma attuata, basta fare il confronto tra un vecchio manuale sulla “vita di perfezione”, pubblicato intorno agli anni ‘50 del secolo scorso, e un qualsiasi manuale attuale sulla “teologia della consacrazione a Dio”.

Curiosamente, però, lo scopo di rendere la Regola – aggiornata e aperta a tutti –di nuovo un libro di spiritualità, una vera fonte di vita spirituale per i religiosi e le religiose, non è stato ancora raggiunto. Forse perché dato per scontato, forse non sufficientemente tematizzato. Distinguendo tra i vari Istituti, non mi pare lontano dalla realtà affermare che la Regola o le Costituzioni non giocano nella vita dei consacrati e delle consacrate il ruolo centrale che tutti aspettavano, tranne forse durante il noviziato e i primi anni della formazione iniziale.

Cosa manca? Quale tasto non siamo ancora riusciti a toccare? In realtà un po’ si capisce questa difficoltà. La pretesa di fare della Regola fonte di vita spirituale entra, inevitabilmente, in concorrenza con la stessa Parola di Dio. Non basta riscoprire il valore della Parola sul piano teologico. Bisogna che si viva una vera spiritualità della Parola. E tutti gli sforzi degli ultimi anni (lectio divina, lettura drammatizzata della Parola, ecc.) mi sembra che si indirizzino verso questo fine.

In questo contesto, vorrei offrire due riflessioni che, mi pare, possono aiutare a capire un po’ meglio la difficoltà e, forse, anche ad offrire un contributo.

Un criterio esegetico decisivo

Una delle norme determinanti per portare avanti un’esegesi adeguata dei testi biblici, è quella di non isolare il testo del suo contesto. La ragione è semplice: capita tante volte che il contesto è decisivo per capire il significato e il senso che l’autore biblico ha voluto dare ad uno specifico testo. E non dobbiamo dimenticare che l’ispirazione divina coinvolge anche l’intenzionalità teologica dell’autore umano.

Anche se non mancano nella Bibbia dei testi che oltrepassano il proposito immediato che l’autore biblico o il profeta poteva avere in mente, tante volte il proposito teologico dell’agiografo si esprime con più chiarezza nel contesto che serve di corredo al testo, piuttosto che nel proprio testo. Questo significa che i testi biblici s’interpretano a vicenda, e non solo al livello della pericope, ma anche tra gli interi libri.

Ci sono tanti esempi, sia dell’impiego corretto di questo criterio sia della sua mancanza. È evidente che non è possibile capire la portata dell’apparizione del Risorto ai discepoli di Emaus, senza tener conto del contesto eucaristico che avvolge tutta la narrazione. In modo errato, invece, tantissime volte è stato usato il detto famoso di Gesù, “Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio” (Mt 22, 21), per sostenere che la Chiesa non deve immischiarsi nella politica, isolando così questo detto dal suo contesto immediato.

Se questo principio è vero, sicuramente bisogna domandarsi: è possibile estendere questo criterio alla comprensione ed interpretazione delle diverse Regole che guidano le distinte forme di vita consacrata nella Chiesa? È giusto dire che anche le diverse Regole s’interpretano a vicenda? Che non possono, dunque, rimanere isolate? Su quali fondamenti? Approfondiamo questa prospettiva.

Vangelo e Regola

C’è un rapporto molto stretto tra Vangelo e Regola. Il Vangelo è la traduzione in parole umane della vita, i detti e i fatti vissuti da Gesù, per essere trasmessa alla Chiesa futura. In modo simile, per poter nutrire la vita dei suoi futuri figli e figlie, il Fondatore o la Fondatrice cercano di esprimere nella Regola scritta l’esperienza carismatica vissuta insieme ai suoi primi compagni o compagne, la forma della loro sequela di Gesù, il loro stile di vita, la spiritualità, la missione apostolica.

Esiste, tuttavia, un rapporto più radicale tra la Regola e la stessa identità di Gesù. Poiché la Parola Eterna del Padre si è fatta uomo in Gesù, diventando carne, storia, vita, allora si può dire che nel Vangelo, anche per mezzo della Chiesa, il Verbo si è “verbalizzato”, si è fatto parola umana.

In forma simile, la Regola cerca di tradurre in parole umane, e sotto la guida della Chiesa, il vissuto carismatico di un uomo o di una donna che ha dato carne, vita, realtà nella sua esistenza al Vangelo, contemplato da una prospettiva particolare. Essendo Gesù la Parola di Dio incarnata, la Regola, lungo il tempo e lo spazio, aiuta agli uomini e le donne a diventare Vangelo incarnato.

Questa vicinanza tra Vangelo e Regole significa tante cose. Non solo conferma la validità del criterio accennato in precedenza. Implica anche il fatto che una certa “concorrenza” tra Bibbia e Regola può significare, paradossalmente, un vero guadagno per la concorrente più debole. Soltanto una vera teologia della Parola – ancora da fare nel mondo cattolico – sarà capace di fare emergere tanti aspetti validi, ancora non svelati, per capire e vivere la Regola. Lo sviluppo della spiritualità nata dalla Parola ci permetterà di sviluppare anche una spiritualità attorno alla Regola, ancora troppo legata nella mente e nella vita dei consacrati e delle consacrate alla dimensione legale, canonica, statutaria.

Poiché la Parola è segnata dal sigillo dell’incarnazione (soltanto la parola incarnata, vissuta, porta frutto) il medesimo criterio serve per la Regola. Questo criterio sarà di grande aiuto per affrontare la sfida attuale dell’inculturazione delle Regole nelle diverse culture. La vocazione d’eternità che segna la Parola di Dio, “le mie parole non passeranno mai”, è segno della portata escatologica che hanno i doni carismatici, e dunque, la vocazione che c’è in ogni Regola di permanenza e di sviluppo nel tempo e nello spazio.

Comunione tra le Regole

Una seconda riflessione, che si collega direttamente alla prima, ci fa considerare la seconda dimensione che il Concilio ha ripristinato: la dimensione comunitaria della vita cristiana. Il Concilio, mettendo in primo piano la Chiesa come mistero di comunione, ha aperto una strada che la Chiesa sta percorrendo, non senza difficoltà, spinta dallo Spirito e dai nuovi carismi.

Il Concilio ha reso possibile lo sviluppo della teologia trinitaria, tirando fuori dagli scaffali alcuni dogmi dimenticati e “disattivati”; ha fatto nascere i diversi organismi per collegare tra loro i consacrati e le consacrate; ha stimolato nei credenti un atteggiamento di apertura.

Questo dinamismo di comunione, coinvolge anzitutto le persone, ma può andare oltre. Poiché nasce dalla vita trinitaria, deve estendersi alle diverse vocazioni, alle istituzioni, a tutte le realtà ecclesiali ed umane che il Vangelo è chiamato a lievitare. E allora, in che modo la vita di comunione può aiutare i consacrati e le consacrate a vivere le proprie Regole?

Anzitutto la comunione aiuterà le Regole a capire meglio se stesse. Poiché ogni Regola trova la sua identità in una Parola, soltanto nel rapporto di comunione con le altre parole-Regole, ognuna potrà capire meglio se stessa.

Anzi, nessuna Regola, anche se piccola o appena nata, sarà cancellata o messa in questione. Se la comunione è vera, ciascuna sarà valorizzata ed arricchita. La ragione è semplice: abbiamo bisogno gli uni degli altri, perché siamo corpo. Siamo nati dallo stesso Spirito per formare un unico corpo. In questo contesto, l’autosufficienza e l’atteggiamento autoreferenziale di un’opera secolare di Dio, non ha più senso.

Guardando la radice trinitaria della comunione, si capisce che l’identità delle realtà che vengono da Dio si sviluppa e matura soltanto nel dono di sé, mai nell’autoaffermazione distinta. Questo riferimento diventa determinante, perché ci spiega come edificare la comunione. Pur essendo molto necessario, non basta promuovere un atteggiamento di apertura, di dialogo, di amicizia. Bisogna capovolgere il vecchio modo di pensare e capire la propria Regola, non più come un tesoro geloso da proteggere e difendere, ma come un dono da offrire generosamente agli altri. Questa destinazione universale appartiene alla natura stessa dei carismi che sono per tutta la Chiesa.

La comunione mi sembra essenziale per le nuove sfide che i consacrati e le consacrate sono chiamati a vivere: lo sviluppo gli Istituti, l’adattamento ai tempi, l’ascolto dello Spirito che continua oggi a parlare alla Chiesa, vivere la “fedeltà creativa” riguardo alla Regola.

Gesù ha detto: “Lo Spirito Santo… vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto quello che vi ho detto” (Gv 14, 26), “vi guiderà alla verità tutta intera… vi annunzierà le cose future” (Gv 16, 13). Tutto questo dipende, dunque, dello Spirito Santo. Lo Spirito, però, non è stato promesso ai singoli, ma alla comunità. Se si vive la comunione, lo Spirito, che è in sé stesso comunione, può agire, si sblocca, illumina, guida. È decisivo vivere fino in fondo la comunione, “ad intra” e “ad extra”, per poter capire la chiamata dello Spirito.

La comunione non è facile. Implica sempre una croce, tutta sua, che deve essere capita, accolta e abbracciata. È la misura che Gesù ha messo per vivere il comandamento nuovo, “Come Io vi ho amato” (Gv 13, 34): è la capacità di svuotare sé stessi per darsi pienamente agli altri e per poter accogliere pienamente il dono dell’altro. Non si tratta soltanto di superare i vecchi litigi tra gli Ordini e riuscire ad instaurare un rapporto amichevole e fraterno. Bisogna andare ben oltre.

Il primo grande passo da fare riguarda la spiritualità. Con una chiarezza cristallina Giovanni Paolo II ha detto: “Non ci facciamo illusioni: senza questo cammino spirituale, a ben poco servirebbero gli strumenti esteriori della comunione. Diventerebbero apparati senz’anima, maschere di comunione più che sue vie di espressione e di crescita” (NMI 43).

Gli organismi che collegano tra loro i consacrati e le consacrate sembra che abbiano preferito dedicarsi ai problemi concreti, all’inserimento nella società civile, alla missione apostolica da compiere, a garantire ai consacrati una pensione congrua o un acceso ai sistemi sanitari sociali.

Bisogna arrivare alla spiritualità, a fare delle nostre Regole delle fonti di vita spirituale. Per questo può essere di grande aiuto “mettere in comunione” le Regole, condividere le radici carismatiche più preziose e le ricchezze spirituali che stanno sotto ogni Regola.

In una parola: imparare ad amare la Regola dell’altro come la propria. Stiamo ancora facendo i primi passi. Il futuro appare pieno di speranza. Quello che importa è continuare a seguire la strada che lo Spirito Santo, nostra bussola, ci indica.

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