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Algeria: di nuovo in piazza, più che mai

Il movimento di protesta si è attivato per il 16° venerdì consecutivo, dopo l’annullamento delle elezioni del 4 luglio. Il potere ha riaffermato la volontà di votare a breve. La necessità di una rappresentanza politica della contestazione

Mentre altre due piazze fanno fatica a riempirsi ancora – quelle francesi dei gilet jaune e quelle sudanesi violentemente represse dall’esercito –, il terzo grande movimento di protesta di questi ultimi tempi, quello algerino, non sembra accusare i segni dell’usura. Anche ad Algeri la polizia ha come di consueto preso possesso del centro città, per «prevenire ogni forma di provocazione», come sostengono i suoi rappresentanti. Ma senza successo. Può essere considerato una provocazione, ad esempio, lo slogan ripetuto dalla folla anche in questo venerdì 7 giugno, cioè: «Siamo stanchi di questo potere»? E l’invito a uscire in pubblico rivolto al presidente ad interim in carica, Abdelkader Bensalah, e al capo di Stato maggiore dell’esercito, generale Ahmed Gaïd Salah, che è diventato nei fatti l’uomo forte del Paese dopo le dimissioni del presidente Abdelaziz Bouteflika il 2 aprile scorso, sotto pressione dalla piazza?

Dopo la partenza dell’impopolare primo ministro Ahmed Ouyahia, dopo la rinuncia a un quinto mandato da parte di Bouteflika e dopo le sue dimissioni, i manifestanti che sfilano ogni venerdì dal 22 febbraio hanno conosciuto un’altra vittoria, lo scorso 2 giugno: il Consiglio costituzionale ritiene infatti «impossibile» il voto annunciato dai militari per il prossimo 4 luglio, per «mancanza di candidati seri». In effetti nemmeno l’esercito sembrava credere a tale tornata elettorale, difficilissima da organizzare.

Algerians protesters call for radical change of the system

Certo, i manifestanti forse chiedono la luna, ossia la partenza dal potere di tutta la “cricca” legata all’ex presidente Bouteflika, a cominciare da Bensalah, a cui la Costituzione ha affidato un interim di tre mesi appena, ma che, in mancanza di elezioni in buona forma, ha richiesto di rimanere al suo posto fino all’elezione di un nuovo presidente. Ma la folla è determinata: per la seconda volta un’elezione presidenziale è stata cancellata in meno di tre mesi. Bouteflika aveva annullato quella del 18 aprile, tentando anche di estendere il suo attuale mandato indefinitamente. Una manovra che aveva aumentato la rabbia della folla. Difficile oggi indovinare il prossimo passo di un potere che sembra avanzare a vista nella nebbia. Anche la reazione “alla sudanese”, cioè la repressione violenta delle proteste di piazza, è possibile, anche se almeno a parole nessuno la vuole, nemmeno nell’esercito.

Da notare come i manifestanti abbiano ieri denunciato «interferenze straniere» negli affari algerini, in particolare prendendo di mira – guarda caso – Francia, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. I manifestanti hanno anche denunciato delle meschine manovre di divisioni orchestrate sui social, tendenti a dividere la folla secondo le regioni e i propri interessi. «Questo 16° venerdì di mobilitazione – scrive El Watan – è stato caratterizzato da un forte ritorno delle donne dopo una notevole assenza durante il mese di Ramadan. È stato pure contestato un gruppo di salafiti, al grido di “Algeria libera e democratica”.

Non pochi osservatori stanno notando come questa contestazione del potere acquisito da parte del popolo algerino abbia delle note di grande novità, perché sembra voler superare le divisioni politiche, regionalistiche e ideologiche del passato. La folla è estremamente composita, e ciò pare la sua forza (è trasversale alla società), ma anche la sua debolezza (perché non emergono ancora personaggi o gruppi politici capaci di federare una folla tanto composita). E sta appunto qui la possibilità di trasformare la protesta in una vittoria democratica: trovare una rappresentanza politica federatrice della contestazione.

Le premesse di un futuro promettente ci sono, e si trovano nel fermento della società civile che sta contagiando le diverse città del Paese, con la nascita di associazioni e gruppi spontanei che lavorano per il bene comune: assistenza ad anziani, restauro di case malridotte, attività educative di supporto. Un fenomeno inatteso, che indica però la volontà di cambiamento del popolo, che non vuole assolutamente rivivere le tragedie del terrorismo degli anni ’80 e ’90.

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