Al centro per migranti (che vogliono tornare a casa)

A Niamey visito il centro diocesano per l’accoglienza dei migranti. Un’infinità di storie drammatiche, coscienza sporca di tanta gente ormai, al di qua e al di là del Mediterraneo

Nel quartiere di Garbado, nell’isolato della parrocchia cattolica, c’è il centro di accoglienza per migranti “di ritorno” voluto dalla diocesi di Niamey, l’Spm (Service Pastoral de la Migration), diretto da padre Mauro Armanino. Incontro Laurent Tindano e suor Adéline Somé, i due impiegati nella struttura, che viene sostenuta col lavoro di numerosi volontari. «Aspettiamo le persone che arrivano da noi perché hanno sentito che aiutiamo moralmente e materialmente chi vuole tornare a casa – esordisce Laurent –. Conversiamo per capire qual è il loro itinerario, non quello dichiarato ma quello che è veramente nelle loro intenzioni. Non ci occupiamo di coloro che vogliono andarsene, né di quelli che dicono di voler tornare a casa ma sono nigerini o burkinabé: tra i Paesi limitrofi non c’è bisogno di visto, quindi le intenzioni di questi migranti o presunti tali non sono sempre chiarissime. Nostro obiettivo sono coloro che hanno vissuto la tragedia in Libia o in Algeria, o addirittura già in Europa, e vogliono tornare a casa».

Quali sono le tappe del vostro lavoro?
«All’inizio c’è la semplice e pura accoglienza cristiana, perché troppo spesso questa gente ha cessato di essere persona umana, per diventare un mostro insensibile. Quando vedi il leone avvicinarsi, ti avvicini agli altri umani per proteggerti, ma in certe zone oggi il leone è un altro uomo. Poi bisogna creare un clima disteso. Quindi re-imparare a collaborare coi propri simili, e raccontare, raccontare tutto. È liberante. Quindi cercare di condividere le preoccupazioni, per vedere se possiamo risolvere qualcosa. Spesso il problema principale è la vergogna di dover tornare a casa senza nulla, sconfitto».

C’è gente che sicuramente viene qui perché cerca un aiuto materiale
«Certamente, ma noi cerchiamo da subito di far capire che non li prendiamo a nostro carico. Così diciamo loro che partendo hanno preso dei rischi che debbono assumere. Decidere di migrare non è un crimine, non può mai esserlo. Quindi cerchiamo di non colpevolizzare. E poi c’è il problema della salute per tanti di questi migranti. I più gravi sono i traumi dovuti alle violenze e alle sevizie subite in Libia o in Algeria. E poi ci sono i “normali” problemi di salute. Per tutti loro abbiamo la possibilità di farli visitare e curarli, almeno inizialmente, per partenariati stretti con operatori nel settore medico e farmaceutico».

Date anche aiuti materiali?
«5.000 franchi cfa, circa 10 dollari. E un kit igienico di base con una stuoia per dormire e riposare».

C’è gente che vuole ripartire?
«Tanti vogliono tentare di nuovo la sorte. Li indirizziamo alla polizia per dichiarare almeno la loro presenza. E c’è gente che non ce la fa nemmeno a tornare a casa: Ci facciamo carico del viaggio solo di casi estremi per persone perseguitate, violentate, per donne rimaste incinte dopo le violenze subite. Gente che viene da Liberia, Mali, Gambia, Camerun, Costa d’Avorio, più raramente da Burkina Faso, Benin e Togo. Un certo numero arriva anche dalla Nigeria. Pochi arrivano dal Corno d’Africa o dal Centrafrica, ci sono altri itinerari più a Est».

Fate anche opera di convincimento?
«Mettiamo in luce quante più possibilità di una vita degna di essere vissuta vi siano a casa piuttosto che in Europa. Ma non è sempre facile convincere gente che non ha lavoro, non ha nessuna prospettiva, non ha nemmeno i soldi per pagarsi una scuola di base, e nel contempo vede e sa ormai quali sono i livelli di vita dell’Occidente. “O la va o la spacca”, dicono tanti di loro, soggiogati dal miraggio di una vita migliore, magari solo dalla volontà di raggiungere familiari e amici in Danimarca, Germania o Francia». Suor Adéline mi racconta dei migranti che finiscono in prigione, e non sono pochi: «Sono coloro che per vivere rubano, oppure s’uniscono a bande di delinquenti perché non sanno più che fare».

E le donne sono numerose?
«Ce ne sono tante, diciamo un quarto delle persone che migrano. In queste ultime settimane dobbiamo curare molte di esse che tornano dall’Algeria – la rotta algerina è stata aperta perché quella libica è ormai più difficile –, tutte violentate e minacciate di morte se spifferano qualcosa. Gendarmi, autisti, negozianti sono spesso collusi, anche qui in Niger, con i trafficanti di esseri umani in Libia e in Algeria. L’altro giorno mi è capitata una donna liberiana che, incinta al sesto mese, è stata violentata davanti al figlio di 4 anni. E, se ci sono, anche i mariti vengono minacciati e sottoposti a violenza se reagiscono, fino ad ammazzarli. Bestie, non uomini, che sequestrano i telefonini perché non ci siano filmati compromettenti, che infilano le dita nell’ano per vedere che non vi siano nascosti denari, che spesso lasciano morire la gente nel deserto fingendo un guasto all’autobus o al camion, che schiavizzano le donne in case chiuse, che fanno pagare un passaggio in canotto migliaia di dollari sapendo che quei canotti non possono andare lontano, guidati tra l’altro come sono da migranti istruiti alla bisogna, che magari non hanno mai visto prima il mare».

Riprende Laurent, concentrandosi sul dossier algerino, quello che oggi desta maggior preoccupazione: «Il fenomeno delle partenze si è indebolito, ma continua anche se cambiano i punti di partenza. Spesso questa gente decide di passare per l’Algeria perché, teoricamente, c’è un po’ di lavoro per pagarsi il passaggio in mare. Talvolta le donne africane si vestono con colori sgargianti, il che fa pensare agli algerini e ai libici che siano donne di facili costumi. E così cominciano le violenze, ieri è passata una donna che era stata violentata in una giornata da 15 uomini infoiati. Anche perché in Algeria separano uomini e donne, anche con la complicità di bande di tuareg. Mai dimenticare che esiste un razzismo arabo nei confronti dei neri, razzismo che non ha nulla di religioso». Suor Adéline conclude: «Siamo un po’ come dei cirenei, ma la croce se la sono presa loro e dobbiamo aiutarli a portarla. Non possiamo togliere loro la libertà della scelta fatta. Una giovane donna, che ha visto morire in mare cinque delle sue amiche, è tornata pur senza perdere la voglia di tornare in Europa. Ma ora ha deciso di farlo regolarmente, e di arrivare a Berlino in aereo».

La conclusione della visita avviene con un’immersione nella cronaca del dolore, cioè i grandi registri su cui Laurent e Adéline prendono nota di tutto. Sfoglio le pagine, un campionario di umanità in crisi di… umanità. I.S., camerunese: «Per sei mesi ho cercato di passare in Europa ma non ci sono riuscita. Sono stata violentata più volte. Mi hanno arrestato e mi hanno riportato alla frontiera col Niger». M.E., ivoriano: «Sono stato laggiù cercando di passare in Spagna. Ma la polizia algerina mi ha derubato di tutto e mi ha riportato alla frontiera». S.A., gambiano, ha una vicenda meno drammatica: «Ho lavorato in Algeria come muratore per pagarmi il passaggio verso l’Italia. Ma, avendo saputo che una decina di miei amici erano morti annegati, ho preso paura e ho deciso di tornare a casa». O.J., maliana: «Volevo andare in Algeria e poi in Italia, ma l’autista del pullman mi ha rubato tutto e mi ha violentata, lasciandomi sul bordo della strada». P.F., del Ciad: «Ringrazio Dio, perché nel sud della Libia ho trovato un cristiano che non mi ha rubato nulla, che mi ha dato da mangiare e mi ha riaccompagnato fino ad Agadez».

 

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