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Cultura > Musica classica

Il carisma di Radu Lupu

di Mario Dal Bello

Il grande artista rumeno si esibisce al pianoforte all’Accademia Santa Cecilia a Roma

Avanza a passi rapidi e felpati sul palcoscenico, si avvicina  leggero al pianoforte, salutando con un sorriso l’orchestra. Siede tranquillo, aspetta il direttore Antonio Pappano nella sala grande dell’Accademia Santa Cecilia a Roma. La testa,  con l’ ampia barba bianca, è quella di un anacoreta  bizantino, i l corpo asciutto, pare uscito da un mosaico dei monasteri  ortodossi. Radu Lupu, rumeno, 71 anni, viene a Roma una volta l’anno ed ogni volta è un miracolo. Ma davvero.  E’ arrivato ad una maturità d’arte e di spirito che ha pochi eguali nel campo musicale. Forse è il più grande, nel pianoforte. Perché non basta la sapienza tecnica, l’esperienza, ci vuole l’affinamento dell’anima: e questo lo si avverte da subito , dal tocco che semina scintille non violente sulla tastiera, dall’anima che brilla e rivela. Il carisma, questo autentico  dono, di Radu Lupu è di saper rivelare. Nel suo amatissimo Schubert – dove è il numero uno assoluto -, in Brahms  e Schumann – ma anche in Debussy, Grieg, Franck  – egli svela il mistero nascosto  dentro  la musica, l’ineffabile che si fa parola, l’invisibile suono dell’anima che diventa voce sui tasti. Il pubblico rimane estasiato-. Ecco, estasi  è l’esperienza che si prova in ogni suo concerto. A Roma, ha suonato  il Quarto Concerto per piano ed orchestra di Beethoven, quello che è certame più “suo”. Non è il Beethoven brillante,  titanico o ribelle, ma l’altro Ludwig,  quello intimo, ipersensibile.  Che inizia semplicemente con un accordo – una rivoluzione all’epoca – poi spianato in altri passaggi, raccolto dall’orchestra (Pappano è delicatissimo  nell’accompagnare): la musica si allarga, si accende, ritorna su sé stessa nell’Andante con moto (originalissimo, un canto essenziale a due tra strumento e orchestra)  dove  essa sembra  farsi preghiera e supplica. Poi si alza leggera nel Rondò  finale ma non eccede in virtuosismi, non è funambolica (come nel Quinto  concerto) ma sprizza luce con passo di danza.

Radu Lupu  sembra quasi non suonare, tanto soffice è il tocco, le note escono depurate da ogni pesantezza, “naturali”, ognuna una parola anzi un suono dello spirito. Cosa evoca, cosa rivela Lupu?. La luce della poesia, una luminosità non aggressiva , ma primigenia. Il suo è il suono che si ode la prima volta nella vita, quello più puro.

Dopo questa bellezza, il pubblico – ma anche l’orchestra e il direttore – non possono che ringraziare quasi all’infinito. Perchè esso, l’infinito, Radu l’ha portato in sala. Per questo è così grande.

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