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Persona e famiglia > Sport

E se mancasse l’arbitro?

di Mario Agostino

- Fonte: Città Nuova


Rispettare gli arbitri, umani e fallibili, significa educare all’accettazione della sconfitta senza addebitarla alle regole o a qualcuno

Arbitro

Da sempre nel mirino di gran parte delle fazioni delle tifoserie, nonché capri espiatori spesso e volentieri per ogni sorta di insoddisfazione personale di addetti ai lavori e atleti, gli arbitri risultano, checché se ne dica, un imprescindibile pendolo per il mondo dello sport. Con buona pace della loro serenità e di quella delle loro famiglie, non di rado li si può vedere insultati, derisi, quando non aggrediti e non solo verbalmente, per il semplice fatto di non avere favorito la propria squadra o, talvolta di avere commesso quanto di più umano e frequente accada all’uomo in qualsiasi sua fallibile attività: l’errore di valutazione.

 

In Italia poi, la storia del nostro popolo associa irrimediabilmente a questa figura una sua pressoché innata insofferenza nei confronti delle regole: senza scomodare illustri pareri sociologici, dalle Alpi alla valle dei templi, sin dai tempi dell’unità, la figura del garante delle regole, sia esso giudice o arbitro, risulta tragicomicamente indigesta.

 

Ricercarne i motivi richiederebbe per l’appunto un’analisi degna di qualche quotato consesso accademico, giacché certamente le cause possono essere molteplici e riferirsi e conseguenze di ambito pedagogico, sociologico, psicologico, ma certamente, ed è un dato di fatto, nello sport come in altri ambiti di aggregazione o interazione della convivenza civile la figura arbitrale è assolutamente irrinunciabile. 

 

E se nessuno volesse più assumersi questo ruolo, ben più onere per passione che onore, nella stragrande maggioranza dei casi? Cosa accadrebbe, in altre parole, se l’arbitro si chiamasse fuori e non vi fosse più chi dirige la gara? Un assaggio, non del tutto nuova nella storia ma certo rarissimo e particolarmente significativo dato l’ambito, è stato concesso nel pomeriggio di domenica 21 dalla Bundesliga, campionato di primo piano del calcio tedesco, in occasione di una grande classica come Bayer Leverkusen-Borussia Dortmund.

 

Dopo il gol dell’1-0 di Aubameyang al 19° della ripresa per il Borussia, il tecnico del Leverkusen, Roger Schmidt si lascia andare a proteste che inducono il direttore di gara Felix Zwayer ad espellerlo. Di fronte al rifiuto del tecnico di lasciare il campo e alle proteste di alcuni giocatori, l’arbitro decide di uscire, dopo aver sospeso la partita, lasciando interdetto un intero stadio.

 

Nonostante la partita sia ripresa poi dopo circa dieci minuti, il clamoroso fatto non può non fare riflettere, arrivando curiosamente poco più di una settimana dopo un’importante, si spera epocale, dichiarazione del presidente dell’Associazione italiana allenatori, Renzo Ulivieri: “Abbiamo fatto un patto tra persone perbene, ci siamo trovati d'accordo in un minuto: i tecnici non parleranno più di arbitri, rigori e fuorigioco. Non risponderanno alle domande al riguardo al termine delle partite. Quando ci faranno domande su un rigore o sul comportamento dell’arbitro, la nostra categoria non risponderà su questi argomenti. Anche perché noi possiamo parlare, mentre gli arbitri non sono nella condizione di poter replicare e tutto questo ci sembra ingiusto”.

 

Parole chiarissime delle quali tutti gli addetti ai lavori e gli appassionati devono fare tesoro, come sottolineato dalla stessa Associazione italiana calciatori attraverso l’impegno del presidente Damiano Tommasi. Attraverso il progetto culturale #OltreLaBarriera, promosso da RERUM, Rete Europea Risorse Umane, lo stesso sindacato AIC ha infatti sostenuto la diffusione della Carta dei valori, dove le proteste nei confronti dell’arbitro non sono contemplate ed il rispetto è semplicemente la base di ogni attività umana e sportiva.

 

Rispettare gli arbitri, umani e fallibili come e ben più dei giocatori stessi in campo, spesso peraltro protagonisti dei più grossolani errori, significa educare all’accettazione della sconfitta senza addebitarla a quelle regole che risultano lo stesso motivo per le quali una competizione può esistere ed avere senso.

 

Perdere è umano, normale e persino necessario, dato che solo attraverso una sconfitta, come lo sport insegna perfettamente, è possibile alzare l’asticella del proprio impegno per spostare più in là il confine del proprio limite. Le regole poi, di cui l’arbitro è unico possibile garante esterno, consentono che in un campo non prevalga il più prepotente ma il più abile. Se l’arbitro mancasse, non esisterebbe perciò gioco stesso: questo a chi gioverebbe?

Riproduzione riservata ©

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