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Persona e famiglia > Educazione

Il bullismo è anche colpa nostra?

di Marina Del Fabbro

- Fonte: Città Nuova


Chi fa il prepotente con i coetanei, riesce a minacciare e ad intimorire grazie al silenzio di tanti altri ragazzi che assistono alle violenze senza intervenire. Quali sono le responsabilità di famiglie ed educatori?

Bullismo

A giudicare dall’insistenza con cui se ne parla, si direbbe che nei ragazzi violenza e soprattutto bullismo siano in aumento rispetto al passato, e non solo tra maschi, ma anche sempre più spesso tra ragazze. A meno che non di aumento si tratti, ma “solo” di emersione di un fenomeno fino ad oggi meno indagato. Può darsi: comunque sia, merita tutta la nostra attenzione.

È, il bullismo, una forma di persecuzione con diversi attori: ovviamente il bullo aggressore con i suoi complici, la vittima con qualche suo timido difensore, ma anche tutto il gruppo degli spettatori, ovvero quanti assistono ma non intervengono, sanno e non denunciano. E gli spettatori, nel bullismo, sono fondamentali: la forza del bullo si costruisce praticamente solo sulla loro “complicità”: se solo loro fossero meno insensibili nei confronti della vittima il problema non sussisterebbe.

E allora: possibile che in tanti assistano così passivamente al ripetersi di continui soprusi? Non provano pietà per quel poveraccio che poi altri non è che uno di loro, un loro compagno di classe o di squadra? Perché non fanno nulla?

Forse perché sono stati anche loro minacciati o temono, prendendo le parti della vittima, di diventarlo loro stessi. Purtroppo no, generalmente no, non è così: tacciono e basta. Se non hanno addirittura pensato che in effetti quel tale un po’ antipatico lo è davvero, che un po’ se l’è anche cercata… E comunque probabilmente a lui i soprusi ormai non pesano neanche più: ci è abituato… non reagisce nemmeno più, pare aspettarseli. E poi: tocca forse a me farmi carico dei guai degli altri? Che ci pensino gli adulti, i genitori, gli insegnanti…

E noi adulti, ovviamente, appena possiamo lo facciamo, ma nel contempo restiamo stupefatti dal fatto che tanti bravi ragazzi, magari anche una classe intera, si siano rivelati tanto cinici e insensibili al punto da restare indifferenti alle sofferenze altrui. Chi li ha resi così?

Non è piacevole a dirlo ma temo che, inconsapevolmente, siamo stati noi stessi, anche noi genitori e educatori. Perché cosa facciamo noi quando, mano nella mano dei nostri bambini, giriamo in città e incrociamo tanti poveri e specialmente vu’ cumprà? Tolti quei pochi che ciascuno di noi ha preso, per così dire in tutela, e di cui è presumibilmente anche diventato per così dire “amico”,  gli altri o li ignoriamo o addirittura li respingiamo.

Del resto, cos’altro si può fare… sono così invadenti… e poi così tanti. E se il bambino, recependo la loro richiesta di aiuto, si gira a guardarci con aria interrogativa, lo rassicuriamo affermando che non stia a turbarsi, non c’è da preoccuparsi: di quel poveretto certamente si occuperà la Caritas, o qualche gruppo di volontari… anzi: di certo i servizi sociali stanno già provvedendo. Noi possiamo proseguire a cuor leggero, tranquilli. Per non dire di quanti bisbigliano: «E poi, dai, forse, tutto sommato, di questa loro spiacevole situazione un po’ responsabili sono anche loro stessi. Sono giovani. Perché non lavorano, perché sono venuti qua? …diciamola tutta: se la sono anche cercata… Non pensiamoci troppo, andiamo via».  Anche noi, involontari e inconsapevoli forse, ma “spettatori”.

Non è dunque il caso di stupirci se poi di fronte a un’azione di bullismo a scuola anche lui, il nostro bambino, ha tirato avanti confidando che magari la vittima i soprusi un pochino se li meritava e comunque intervenire non spettasse a lui. In fondo non ha fatto altro che riproporre, nella sua realtà, l’indifferenza affettiva e la mentalità di delega che ha imparato da noi.

Certo, ovvio: non possiamo sicuramente pensare di intervenire sempre, di coinvolgerci in tutte le situazioni di indigenza. Però… almeno quelle che sono a portata di mano, quelle che quasi fisicamente ci toccano, almeno davanti a quelle non dovremmo restare insensibili. Almeno un gesto, un sorriso, un pensiero, una parola di comprensione, un’offerta per quanto minima dovremmo essere disponibili a farla: per non diventare cinici noi stessi e, di conseguenza, far diventare i nostri ragazzi spettatori passivi e indifferenti alle sofferenze cui assisteranno nel loro ambiente.

Ricordo benissimo il mobiletto vicino alla porta dell’appartamento in cui vivevo con la mia famiglia da bambina. I miei avevano l’abitudine di riporre là le monetine e quando uscivamo la mamma mi diceva di mettermele in tasca «per i poveri che avremmo incontrato». «Ai poveri – diceva mia madre – devono provvedere le istituzioni e il voto serve proprio a questo, a ricordarglielo, ma ciò non ci solleva dal nostro dovere di umanità, e senza aspettarci alcun ringraziamento: è semplicemente doveroso e giusto così».

Però è vero: quella volta di vu’cumprà non ce n’erano, e i poveri seduti a terra non erano numerosi come oggi. Neanche i bulli.

Riproduzione riservata ©

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