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Ambiente > Ecologia

Un Gigante a Posillipo

di Oreste Paliotti

- Fonte: Città Nuova


Tra Napoli e Sorrento, sulle tracce del massimo esponente di una “scuola” che ha influenzato l’intera pittura napoletana dell’Ottocento

Marina di Posillipo

«Verdino – nuvole calde – grigio scuro – uscita di sole – chiaro dorato bluastro». Annotazioni come queste compaiono di frequente sui paesaggi che Giacinto Gigante schizzava con tratto rapido e felice nel suo infinito vagabondare attraverso i siti più pittoreschi di Napoli e dintorni: servivano a fermare un’impressione e a completare più tardi col colore quei lavori, quando non aveva modo di farlo sul posto.

Giacinto Gigante (1806-1876): un napoletano figlio e fratello di pittori, che insofferente di accademie, ebbe la fortuna di fare le sue prime prove sotto la guida dell’olandese van Pitloo, il quale fu tra i primi in Europa a sovvertire la tradizione sei-settecentesca del paesaggio “classico”, fondata molto spesso su una lettura ancora immaginata della natura, per darsi invece a dipingere dal vero, con una tensione già romantica, già aperta al naturalismo e all’impressionismo. Quel Pitloo che è, con lui, tra i massimi esponenti di una corrente che ha influenzato l’intera pittura napoletana dell’Ottocento ed è conosciuta come “Scuola di Posillipo”.

Tale nome, per la verità, era stato affibbiato con aria di sufficienza, se non di disprezzo, da certi pittori accademici a quei loro giovani colleghi che, per meglio soddisfare le richieste dei turisti stranieri desiderosi di portarsi via un ricordo di Napoli, s’erano stabiliti sopra la collina di Posillipo. Da quel balcone incantevole sul golfo essi sfornavano opere il cui compito, in fondo, era lo stesso oggi assolto dalla più prosaica cartolina; senonché, per mantenersi all’altezza della domanda degli acquirenti (molto spesso intenditori), gli artisti di Posillipo furono “costretti” a far progressi, cominciarono a viaggiare, ad aver contatti con altre scuole, a esporre i loro lavori alle mostre internazionali, suscitando via via interesse e apprezzamento.

Un’ampia selezione delle opere di questi paesaggisti ottocenteschi, divenuti grandi nel piccolo (i loro disegni, olii e acquerelli hanno infatti dimensioni molto modeste) è rintracciabile nei musei napoletani di San Martino e di Capodimonte, e a Sorrento nel museo Correale. Naturalmente Gigante vi fa la parte del leone, apparendo – pur negli esiti discontinui dovuti anche al suo sperimentare nuove tecniche – il più innovatore della scuola.

La sua è un’arte solare e dolcemente intimista, di immediata presa sul pubblico, ma solo apparentemente “facile”. Anche là dove l’immagine più corrisponde al vero, Gigante non è mai didascalico ma sempre si dimostra lirico, capace col colore di dare infinite vibrazioni ad un paesaggio magari già meticolosamente ispezionato col tratto grafico.

Molte delle sue vedute parlano di una realtà urbana e paesistica ora scomparsa o stravolta. Ma ciò che ce le rende indimenticabili non è tanto un sentimento nostalgico verso un “bello” irrimediabilmente perduto, o almeno non è solo questo. Se Giacinto Gigante vivesse oggi, credo che identica emozione lirica saprebbe donarci anche dipingendo squallide periferie della Napoli moderna. E ciò per la capacità dell’artista di ricondurre anche il più banale scorcio ad uno stato d’animo, nel quale si raggruma tutta la poesia della sua visione del reale. Forse è questo che dà il respiro dell’opera compiuta anche a certi lavori non finiti.

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