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Ambiente > Consumo

Australia: acqua e intelligenza artificiale

di Lucia Capuzzi

- Fonte: Città Nuova

Una semplice domanda alle nostre app di IA consuma circa 10-25 millilitri d’acqua. Una “conversazione” (20-50 richieste) o una bozza di e-mail di 100 parole, equivale al consumo di una bottiglia d’acqua da 500 ml. L’acqua è quella utilizzata per raffreddare i server dei data center e per le centrali elettriche che generano l’energia per il loro funzionamento

Il consumo d’acqua dei server può variare notevolmente a seconda del luogo, del momento dell’anno e del giorno in cui il computer risponde alla richiesta. Nelle regioni più calde e secche occorre più acqua per il raffreddamento dei server rispetto a quelli situati in climi più freschi. Ma con miliardi di richieste al giorno, il consumo idrico raggiunge comunque milioni di litri giornalieri.

I data center sono strutture fisiche che ospitano e gestiscono server, apparecchiature di rete e sistemi di archiviazione dati. Rendono possibili i servizi digitali delle economie: dallo streaming TV e dai social media allo shopping online, alle operazioni bancarie e all’accesso ai servizi sanitari. Essi supportano il cloud computing, le piattaforme di trasporto e logistica e i sistemi di risposta alle emergenze, sempre più utilizzati da governi e imprese.

L’Australia è al secondo posto a livello mondiale (dopo gli Stati Uniti) come destinazione di investimenti nei data center, e ambisce a fungere da polo nevralgico per l’economia digitale dell’Indo-Pacifico. L’anno scorso ha registrato circa 10 miliardi di dollari di entrate. Questi sistemi hanno sete. L’Australia è già soggetta a siccità e scarsità d’acqua. La questione idrica non può essere un aspetto secondario nella diffusione dell’intelligenza artificiale, e urge una pianificazione nazionale per la scelta dell’ubicazione dei data center.

In Australia, la maggior parte dei data center è situata a Sydney e Melbourne, le città più popolate, compromettendo la disponibilità di energia e acqua potabile per la popolazione. Ma la sfida non finisce lì. Le fonti rinnovabili rappresentano in Australia il 40% della produzione totale di energia elettrica. L’impatto climatico delle emissioni associate ai data center proviene dunque maggiormente dal carbone e dal gas naturale. Un data center utilizzato per IA, ha una capacità media di circa 100 MW o più. Consuma in un anno la stessa quantità di energia di 100 mila abitazioni. E il Forum economico mondiale ha stimato che nel 2030 questa cifra si triplicherà.

L’ecoidrologo urbano Tim Fletcher, dell’Università di Melbourne, promuove alternative all’uso dell’acqua potabile per il raffreddamento, come il riutilizzo di acque reflue, a disposizione a costi inferiori, e la costruzione di data center vicino agli impianti di depurazione delle acque. Ciò ridurrebbe la quantità di acqua scaricata nell’ambiente e nell’oceano. Lo stoccaggio delle acque piovane è un’altra opzione, sebbene richieda maggiori investimenti.

Nell’aprile scorso è stato lanciato un progetto multimiliardario per la realizzazione di un data center su larga scala nella zona desertica del Kimberley (Australia Nordoccidentale). I clienti saranno le grandi società minerarie della regione e, a livello internazionale, le aziende di Singapore e il Sudest asiatico. La struttura potrà supportare l’addestramento di grandi modelli di IA e fornirebbe circa 240 megawatt di capacità IT.

Il Progetto Meridien, situato nei pressi di campi di turbine eoliche e pannelli solari, mira a sfruttare le condizioni climatiche della regione, caratterizzata da sole e vento, per la produzione di energia rinnovabile. Per evitare di incidere sulle riserve idriche potabili locali, il progetto prevede l’utilizzo di un sistema di raffreddamento a circuito chiuso con riciclaggio dell’acqua, invece di quello tradizionale “evaporativo”, che disperde l’acqua.

Questa “fabbrica di IA”, verrebbe costruita nel territorio della popolazione aborigena Karajarri, i cui diritti ancestrali sono stati riconosciuti su oltre 30 mila chilometri quadrati nel Kimberley occidentale, a sud di Broome. La partecipazione dei Karajarri – detengono un terzo di quote del progetto – è volta a ridurre l’impatto sul territorio e sull’ambiente, secondo i principi indigeni. Tuttavia, il sostegno alla costruzione del data center non è stato unanime tra i membri della comunità.

Si tratta di un tentativo di controllare l’impatto sul cambiamento climatico di fronte all’inarrestabile sviluppo tecnologico, ma che avrà sempre dei limiti e delle conseguenze. Una maggiore consapevolezza dell’impatto ecologico per l’uso dell’intelligenza artificiale è richiesta a governi e aziende a livello mondiale, ma anche a tutti noi, affamati utenti quotidiani di IA.

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