In un articolo precedente ho sottolineato come la definizione di “sviluppo sostenibile” contenuta nel Rapporto Brundtland del 1987 – «Uno sviluppo è sostenibile se è in grado di soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri» – richiami, in qualche modo, la cosiddetta “regola d’oro”.
Essa, condivisa da molte tradizioni religiose e filosofiche (Confucio, Buddha, Islam, Ebraismo, Gesù), è considerata una base universale del diritto naturale.
Nella formulazione cristiana, la regola d’oro suona così: “Fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te“. Rispetto alla versione negativa (“non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”), c’è già un primo importante salto: dal non fare al fare attivamente.
Come ha sottolineato mons. Antonio Staglianò nel suo recente appello agli scienziati, in cui li invita a un dialogo aperto tra fede e scienza, questo comporta «un salto antropologico immenso: non si tratta più di astenersi dal male, ma di compiere attivamente il bene».
Ma con Gesù si compie un ulteriore, decisivo salto che può avere delle conseguenze inaspettate anche sulla sostenibilità. Egli introduce un comandamento che definisce “suo” e “nuovo”, ed è la vera novità portata da Lui: «Amatevi come io ho amato voi».
Non si tratta più solo di amare il prossimo “come se stessi”, che sarebbe già un traguardo eccezionale, ma di amare come Lui ha amato: fino a dare la vita.
È un amore che non calcola, non misura, non chiede reciprocità prima di donarsi ma una gratuità reciproca che porta con sé una conseguenza imprevedibile, ma sperimentabile.
Quando Gesù aggiunge: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20), sembra voler svelare una verità sorprendente. Un amore così radicale è in grado di generare qualcosa di nuovo: la sua presenza reale – anche se spirituale – in mezzo a chi si ama in quel modo.
Quando ho partecipato alla mia prima Mariapoli – un convegno di più giorni organizzato dal Movimento dei Focolari – nella sala campeggiava proprio questa frase di Gesù: “Dove due o più sono uniti nel mio nome…”. Sono arrivata lì in un momento di crisi, attraversata dai dubbi tipici dell’adolescenza. Quella frase, che all’inizio era solo una scritta appesa al muro, in pochi giorni è diventata una realtà grazie all’amore reciproco che ho visto e respirato in quel luogo e che mi aveva spronato a fare altrettanto.
Mi è successo qualcosa di simile a quello che Chiara Lubich e le sue prime compagne avevano sperimentato agli inizi della loro avventura. Cercando di vivere il comandamento nuovo avevano stipulato un patto solenne in cui ciascuna diceva all’altra: «Io sono pronta a morire per te, tu per me… tutte per ciascuna» e nel metterlo in atto avevano avvertito un salto di qualità – cito le parole di Chiara– «una pace unica, mai sperimentata, una luce che dava senso a tutto (…) Gesù fra noi, se c’è, si fa sentire. Se ne può fare esperienza, non solo credere per dottrina.»
C’è stato un fisico italiano, Piero Pasolini, uomo di scienza e di fede, che venuto in contatto con il carisma della Lubich, ha esplorato l’affascinante parallelismo tra la cibernetica (scienza che studia i sistemi di comunicazione e controllo basati sulla relazione e sul feedback) e il messaggio evangelico cristiano, mettendo in evidenza come entrambi i campi rivelino che l’evoluzione e la crescita si fondano sull’interazione reciproca.
Cito le sue parole: «La scienza, con la cibernetica, ha scoperto che l’essere delle cose progredisce per giochi di rapporti tra elementi. Il Vangelo ci ha rivelato che anche l’uomo progredisce nel rapporto (…) Chiara è partita dal “Dove due o più uniti nel nome di Gesù”, dal comandamento nuovo “Amatevi a vicenda come io vi ho amato” e noi ora sempre meglio capiamo, anche con la mente che questo è lo stesso meccanismo del modo di vivere di Dio e del modo in cui le cose si formano e crescono».[1]
Del resto, oggi non si parla più di evoluzione solo nel senso darwiniano perché, alla luce delle più avanzate informazioni biologiche, la sua visione non dà ragione dei salti evolutivi tra i differenti livelli di esistenza e si preferisce parlare di “evoluzione discontinua”.
Secondo Paul O‘Hara, matematico e teologo di Chicago, «La storia naturale ci presenta una sequela concatenata di sempre più elevati schemi emergenti all’interno dello spazio e del tempo, rendendoci consapevoli della nostra dipendenza da ciò che è accaduto in precedenza. Le leggi cooperano per dar vita a nuove realtà».[2]
Quindi se la regola d’oro è la base della fratellanza universale, il comandamento nuovo rappresenta un salto di qualità che porta l’amore verso gli altri ad un livello di gratuità e di reciprocità che dà vita ad una realtà nuova che tutti possono sperimentare perché il “Dove due o più…” non limita gli effetti a persone di altre religioni o a altre convinzioni.
Quindi se anche solo due o tre ( una mamma ed un ragazzo, un musulmano ed un cristiano…) si mettono insieme con questa misura d’amore, qualcosa di nuovo accade. Anche per il pianeta.
Per quanto riguarda la sostenibilità si tratta allora di passare dal concetto di equità intergenerazionale e intragenerazionale ad una sostenibilità relazionale come quella proposta da EcoOne[3],che nel prossimo convegno di settembre, esplorerà la qualità delle connessioni tra individui, società e natura, quale chiave per lasciare non solo un mondo più vivibile ma un’umanità più evoluta.
Ma come si traduce, concretamente, questo amore donativo proposto dal comandamento nuovo in scelte di sostenibilità?
Papa Francesco, nella sua enciclica Laudato Si’, offre una risposta ineludibile. Il papa ci invita a compiere una “conversione ecologica”, un cambiamento del cuore che diventa cambiamento di stili di vita, di relazioni sociali, di economia a livello personale e comunitario. (LS 219)
Perché la sostenibilità, in ultima analisi, è una questione relazionale: dipende dal mio rapporto con tutto ciò che mi circonda adesso (il mio ambiente) con conseguenze che ricadranno anche su chi vivrà dopo di me.
Forse è questo il vero compito che ci attende: non solo tramandare un pianeta ancora abitabile, ma lasciare in eredità un’umanità capace di amare come Lui ha amato. Perché, come ci ha insegnato Piero Pasolini, «la vita è l’organizzazione dell’amore». E l’amore – quello vero – si organizza sempre in relazione, in reciprocità, in dono. Anche per il pianeta.
[1] P. Pasolini, L’unità del Cosmo Città Nuova, Roma 1989, p.90
[2] Rivista Città Nuova n.12- 1994 pag.49
[3] Iniziativa culturale internazionale promossa dal Movimento dei Focolari, nata per mettere in rete docenti, accademici e ricercatori che operano nelle scienze ambientali
