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Cultura > Musica leggera

L’eredità di Van Halen

di Stefano Masella

- Fonte: Città Nuova

Lo scorso 6 ottobre ci ha lasciato uno dei più grandi virtuosi della storia del rock. Eddie Van Halen ha perso la vita in un letto del St. John’s Hospital di Santa Monica, California. Il fatto ha riscontrato una rilevanza quasi mondiale, riunendo sotto il tetto del ricordo musicisti di ogni tipo

AP Photo/Jason DeCrow

Per alcuni, gli anni ’80 sono stati un periodo artisticamente pessimo, il decennio dei lustrini e del kitch. Per molti altri invece, quel particolare periodo ha significato una svolta clamorosa nella routine degli ascolti musicali. Idee e movimenti nati negli anni ’70 e sviluppatisi con il tempo, così come nuove forme di suono sperimentate fondendo generi diversi. Da una parte Madonna e gli Wham, dall’altra i Depeche Mode, i The Cure e i Van Halen.

Già, Van Halen. Il Musicista con la m maiuscola, il chitarrista che tutti sarebbero voluti essere.

Lo scorso 6 ottobre, ci ha lasciato uno dei più grandi virtuosi della storia del rock, a detta di fan e, soprattutto, colleghi illustri. Dopo aver combattuto la battaglia contro il cancro alla gola, Eddie Van Halen ha perso la vita in un letto del St. John’s Hospital di Santa Monica, California. Il fatto ha riscontrato una rilevanza quasi mondiale, riunendo sotto il tetto del ricordo musicisti di ogni tipo.

«Era un vero asso», scrive Jimmy Page dei Led Zeppelin sui suoi canali social.

«Ha aperto la strada a una tecnica rivoluzionaria della chitarra con quel brio e quel gusto che l’hanno sempre contraddistinto e lo hanno sempre posto al di sopra dei suoi imitatori».

Anche il virtuoso Cesareo degli Elio e le Storie Tese lo ricorda: «Ascoltare Eddie Van Halen mi fece venir voglia di mollare tutto. Ti faceva tremare le mani e venire un sacco di dubbi. Non avevo mai sentito niente di simile».

Non è un caso che tutti i più rilevanti chitarristi provenienti da un background alternative si siano espressi in merito: a detta di tutti, lo stile Van Halen è stato fondamentale per l’evolversi del rock, nonostante lo stesso fosse vergine di una preparazione tecnica vera e propria (non imparò mai a leggere uno spartito).

Un passato difficile segnato dal razzismo (la madre era indonesiana), motivo per il quale fu costretto a emigrare con la famiglia dall’Olanda, nel 1962, per trasferirsi negli Stati Uniti, dove la situazione non era certo migliore.

David Lee Roth ed Eddie Van Halen, 1983. (AP Photo)

David Lee Roth ed Eddie Van Halen, 1983. (AP Photo)

E infatti fu con la musica che il giovane Eddie conquistò il rispetto negli ambienti musicali. Van Halen, il primo disco sotto etichetta, uscì nel 1978 e cambiò la vita a molti. Tutt’ora è considerato una pietra miliare dell’hard rock e contiene una serie di brani che sono passati alla storia: Ain’t Talkin’ ‘bout Love, Runnin’ with the Devil, la cover di You Really Got Me, Eruption.

Nel 1984, dopo aver partorito quasi un disco ogni anno, un nuovo successo mondiale. La celeberrima Jump, contenuta nel disco 1984, diventò una hit da classifica, seconda solo a Thriller di Michael Jackson.

Non è un caso che, nei giorni scorsi, si sia attivato un vero e proprio movimento per ricordare Eddie Van Halen: Gene Simmons dei Kiss, Angus Young degli Ac/Dc, i Pantera, gli Aerosmith, Brian Wilson dei Beach Boys, Flea dei Red Hot Chili Peppers, Lenny Kravitz. Dal pop al metal, in tanti hanno sottolineato l’immortalità del chitarrista scomparso. Un’eredità che, oltre ad essere pesantissima, rimane sulle spalle dei nostalgici del genere che avranno la responsabilità di trasmetterla ai giovani distratti dal rap. E poiché io sono uno di quelli, mi sento chiamato in causa: per i prossimi giorni, ascoltate i dischi Van Halen (1978), 1984 (1984), Women and Children First (1980) e Van Halen II (1979). E poi tutto il resto.

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