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Mondo > Nord Africa

Libia, cessate il fuoco tra proclami e realtà

di Bruno Cantamessa

- Fonte: Città Nuova

Bruno Cantamessa Autore Citta Nuova

Libia. Cessate il fuoco? Sembra che in realtà non sia altro che uin proclama di al-Sarraj. Sul campo le cose vanno diversamente, e ci si attendono nuovi sviluppi bellici

Libia AP Photo/Hazem Ahmed

Cosa accade in Libia? «In base alla responsabilità politica e nazionale, alla luce della situazione attuale che sta vivendo il Paese e la regione, e alla luce dell’emergenza coronavirus (oltre 11 mila contagi), il capo del Consiglio presidenziale del governo di accordo nazionale libico, Fayez al-Sarraj, ordina a tutte le forze militari di osservare un cessate il fuoco immediato e di fermare tutte le operazioni di combattimento in tutti i territori libici».

Questo l’annuncio ufficiale del 21 agosto da parte del governo di Tripoli, che avanza anche una richiesta di elezioni presidenziali e parlamentari da tenere a marzo 2021 in tutto il Paese. Un annuncio analogo, evidentemente concordato, è stato fatto anche dal finora rivale presidente del parlamento di Tobruk, Aguila Saleh, che ha aggiunto: «Chiediamo a tutte le parti di osservare il cessate il fuoco immediato e fermare tutte le operazioni militari in tutta la Libia… Il cessate il fuoco taglia la strada a ogni ingerenza straniera e si conclude con l’uscita dei mercenari dal Paese e lo smantellamento delle milizie».

Dopo settimane di negoziati con il supporto Onu, e con la spinta di una riapparsa diplomazia Usa, sembrerebbe fatta: finalmente la pace in Libia. Almeno secondo alcuni media statunitensi ed europei al seguito. Una domanda ironica sorge però quasi immediata: ma Haftar lo sa? È difficile credere che il generale, per quanto in difficoltà, possa permettersi di mollare tutto per accettare una soluzione che sorvola volutamente la complessità di schieramenti e interessi coinvolti. La guerra libica non è arrivata fin qui per qualche divergenza politica fra libici. C’è di mezzo il petrolio, il controllo dei giacimenti di gas, le aspirazioni turche e russe nel Mediterraneo Orientale, il futuro della Nato, la contrapposizione tra diverse concezioni dell’Islam politico, e molto altro.

Dopo il decisivo intervento turco in Libia, che ha completamente ribaltato la situazione militare, era ormai difficile, per non dire impossibile, immaginare che la pace potesse venire da accordi diplomatici intra-libici più o meno mediati. Pertanto, più che dichiarazioni di pace, quelle di al-Sarraj e del suo fino a ieri oppositore Saleh, appaiono più come dei proclami. In pratica, Saleh avrebbe voltato le spalle ad Haftar, in ritirata, chiedendo ai sostenitori dell’ex signore della guerra libica di fare altrettanto.

L’Egitto di Al-Sisi pare effettivamente intenzionato a favorire il cessate il fuoco, ma non per questo rinuncerà con tutta probabilità a sostenere ciò che resta delle milizie di Haftar e ciò che rappresentano, un baluardo all’espansione dell’islamismo dei Fratelli musulmani. Per evitare di pensare che Haftar sia scomparso, due giorni dopo l’annuncio di al-Sarraj è saltato fuori il portavoce del Lna di Tobruk, Ahmed al Mismari, che ha respinto il cessate il fuoco, definendo senza mezzi termini il proclama di al-Sarraj-Saleh un «marketing mediatico» per gettare fumo negli occhi, e che «l’iniziativa è stata scritta in un’altra capitale», né a Tripoli né a Tobruk, insomma.

Quello che risulta dai fatti è che la linea del fronte che va da Sirte alla base aerea di al-Jufra (280 Km all’interno), controllata dalle forze di Haftar, sarebbe stata rinforzata, sul lato orientale, anche con postazioni di missili S-300 russi. Il sostegno militare ad Haftar da parte di Emirati Arabi, Egitto, Russia e Francia non sembra diminuito neppure in questi ultimi giorni.

Sul versante occidentale, le “consegne” di armi turche alle forze di Tripoli pare che non si siano mai fermate. Addirittura, il 17 agosto è stato stipulato a Tripoli un accordo che concede per 99 anni l’uso della base navale di Misurata e dell’aeroporto di al-Watya (verso il confine tunisino) alla Turchia. Alla firma erano presenti esponenti del Gna libico, i ministri della Difesa turco e qatariota (tutti governi vicini ai Fratelli musulmani) e con loro c’era perfino, a sorpresa, il ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas.

Una delle conseguenze a margine dell’accordo di Tripoli è la richiesta all’Italia di “sbaraccare” l’ospedale di Misurata spostando altrove i 300 militari italiani che vi si trovano, per fare posto a quelli turchi che presidieranno la base.

Lo scenario che si prospetta per l’immediato futuro della Libia è duplice, comunque di tipo militare: una spartizione armata del Paese oppure un pesante attacco del governo di Tripoli (sostenuto dalla Turchia) per la conquista di Sirte e della base aerea di al-Jufra, premessa per la conquista dell’intero Paese. Comunque vada, ben poco a che vedere con la pace.

 

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