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Mondo > In punta di penna

L’infinita tragedia libanese

di Michele Zanzucchi

- Fonte: Città Nuova

Michele Zanzucchi, autore di Città Nuova

Mentre sul campo Israele avanza, la resistenza di Hezbollah non cessa. Il Paese del latte e del miele è di nuovo retrocesso a Paese del fiele

Una donna piange su una delle bare di una famiglia libanese durante il corteo funebre a Wardaniyeh, in Libano, il 3 giugno 2026. Una famiglia libanese sfollata, composta dai genitori Hassan Abdullah e Hanan Shehab e dai figli Leen, Ali, Ibrahim e Julia, è stata uccisa in un raid aereo israeliano a Marwanieh, nel sud del Libano. Secondo il Ministero della Salute libanese, gli attacchi israeliani in tutto il Libano hanno causato la morte di oltre 3.500 persone e il ferimento di oltre 10.600 dall’inizio delle rinnovate ostilità tra Israele e Hezbollah nel marzo 2026. EPA/WAEL HAMZEH

Dal 1975, il Libano ha vissuto circa la metà del suo tempo in stato di guerra, o di preparazione alla guerra, pur senza mai cessare di fare affari e di curare la propria gente. Perché il Libano è un miracolo in sé, per il fatto stesso di avere resistito senza dissolversi alle tante guerre civili e incivili. Se in patria restano poco più di 4 milioni di libanesi, all’esterno se ne contano tre volte tanto, gente che continua a vivere con la nostalgia di casa, dove torna appena può. I giovani che se ne vanno, studiano o lavorano ancora col desiderio prima o poi di far ritorno in patria. E così il Libano continua a sopravvivere, anche per le grandi quantità di denaro che viene inviato dalla diaspora per mantenere tanti familiari.
Il Libano, questo sì, è diviso, e la guerra attuale l’evidenzia, con il sud sciita sotto le mani di un Hezbollah che oggi non cede all’avanzata israeliana, perché può contare comunque su centomila combattenti, più dei 75 mila che Israele ha messo in campo, pur avendo una schiacciante superiorità tecnologica, a parte forse nel campo in evoluzione rapida dei droni. Nonostante ciò, Israele non riesce a infiggere il colpo fatale a Hezbollah, e farà fatica a farlo, senza forse rendersi conto, perché accecato dalla furia bellica, che sta perdendo anche l’appoggio di coloro che in Libano, pur senza dirlo esplicitamente, vedono di buon occhio una diminuzione delle capacità di presenza politica e militare dei filoiraniani. Gli accordi ancora indefiniti e ambigui di New York, peraltro non accettati da Israele, vanno in questa direzione, forse con la prospettiva non più impossibile di un Libano ristretto da Sidone in su, con la “perdita”, quindi, di Tiro e del sud.
Quel che Israele però non riesce a capire, è che non può continuare a umiliare il Paese dei cedri, e non solo la Palestina, perché il Libano è sostenuto da una popolazione fiera, che non dimentica mai di avere un’eredità poderosa come quella dei fenici, un popolo che ha saputo resistere alle dominazioni greca, romana, persiana e ottomana, riuscendo a mantenere la propria identità nonostante avesse la testa sotto i piedi del dominatore di turno. I libanesi non cederanno alle forze armate di un Paese che, per certi versi, è in cerca di un’identità non solo e non più bellica, identità che giorno dopo giorno gli sfugge tra le mani.
Contrariamente a quanto taluni politici pensano e dicono, le civiltà sono difficili da schiacciare, ancor più da eliminare, e più il radicamento culturale è forte, più è difficile sconfiggere quei popoli con la forza militare; se la prima iscrizione alfabetica mediterranea è stata rinvenuta a Jbeil-Byblos, sulla costa a nord di Beirut, appare evidente come sia quasi impossibile pensare di eliminare il Libano. Ora, Israele afferma di combattere Hezbollah e non il Libano, così come altri dicono di combattere il regime degli ayatollah e non l’Iran in sé; ma Hezbollah, comunque, è parte del Paese dei cedri, e il governo degli ayatollah fa parte comunque della tradizione persiana. Le armi servono forse a difendere il proprio diritto all’esistenza, ma non riescono mai a negare il diritto all’esistenza di popoli che hanno una loro civiltà ben identificata.
Il sogno del colpo definitivo, soprattutto in epoca di guerre asimmetriche, è un’arma spuntata, che tra l’altro deve fare i conti con l’umanità dei propri combattenti. Alla lunga, la determinazione dei soldati israeliani rischia di non essere più granitica, anche perché la vocazione degli umani è la pace, non la guerra continua. Dopo tanti decenni di conflitto bellico, anche i militari israeliani hanno il diritto a un periodo di pace, che in gran parte dipende dalla propria volontà.
Almeno metà d’Israele la pace la vuole.

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