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Cultura > Musica classica

L’Olandese volante a Santa Cecilia

di Mario Dal Bello

- Fonte: Città Nuova

Entusiasmo per un Wagner travolgente. L’esecuzione forte ed energica del direttore finlandese Mikko Franck

Fa una certa impressione che nel 1843, quando Verdi stava conquistando il pubblico col Nabucco e Donizetti era al massimo della sua arte, Richard Wagner, trentenne, facesse rappresentare a Dresda un lavoro come l’Olandese volante. Dove gli echi dell’opera italiana – cantabilità dei cori, melodie dei violini, ritmi danzanti – ci sono ancora, insieme alle cosiddette “forme chiuse”, cioè recitativi arie duetti.

Ma sembrano un canto del cigno, un omaggio che il giovane rivoluzionario concede alla tradizione, sulla quale già dà energici colpi di piccone. Basta ascoltare la tumultuosa ouverture, le scene dove l’orchestra dipinge l’uragano, l’amore per i lunghi racconti, il senso dell’innocenza da salvare, la purificazione dal male bisognosa di un sacrificio, l’amore irraggiungibile, il mistero della natura e del male: momenti e temi che sono già di una nuova epoca, tutta wagneriana.

Non solo un mondo musicale di colori nuovi – l’orchestra è ciclopica –, ma una diversa concezione del teatro come dramma infinito, della storia come mito di amore e morte, con la funzione catartica di liberare energie represse e possenti.

In definitiva, l’amore. Immenso, difficile, come quello tra l’Olandese maledetto, costretto a viaggiare tra gli oceani e a inabissarsi, e Senta, la dolce innamorata totale, che per lui e con lui si immola, noncurante del fidanzato Erik e del padre Daland.

L’opera “romantica”, così battezzata, scritta e musicata da Richard in tre atti, è di una passione estrema, ricca del senso di ribellione contro il destino, di un naturalismo fatale e minaccioso, come nelle tele di Turner o di Friedrich. Riecheggia certo Weber e Beethoven, ma vi immette il sinfonismo misticheggiante e panteistico tipico di Wagner con i leitmotiv – qui uno di cinque note degli ottoni, scolpite – che serpeggiano lungo i tre atti e suonano come i colpi del destino.

Lavoro oscillante tra vecchio e nuovo, l’Olandese viaggia con le sue leggendarie tempeste nell’animo di chi l’ascolta come un sussulto di colori, di fiamme e di tensioni, di momenti allegri – le danze, i cori gioiosi e spiritosi – e di passione travolgente.

Bisogna dire che a Roma, all’Accademia di Santa Cecilia, dove l’opera è stata data in forma concertistica, il giovane energico direttore finlandese Mikko Franck ha impresso un segno forte, distintivo all’esecuzione, grazie anche ad una orchestra cui tutto sembra ormai possibile: slanciati e limpidi i violini, pastosi i legni (oboe, corno inglese), cantanti gli ottoni, terrificante a volte la massa degli archi.

Quanto al cast, se il basso Matti Salminen, a 50 anni di carriera ha ancora frecce al suo arco come Dalan, padre di Senta, spiccano l’Erick dell’americano Robert Dean Smith, il luminoso Marinaio del tenore svedese Tuomas Katajala, la Senta possente di voce e di colore di Amber Wagner, il morbido Olandese di Iain Paterson. Coro duttilissimo. Entusiasmo per un Wagner travolgente.

 

 

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