Spesso i reporter hanno ragione quando invitano i potenti di questo mondo a vedere coi loro occhi le emergenze politiche, belliche, umanitarie prima di esprimere giudizi che troppo spesso si rivelano inadeguati o fuori tempo massimo. Così si può dire dell’attuale crisi umanitaria in Sudan, delle condizioni di vita nel Donbass, o ancora della grave situazione economica in certe regioni del Congo. Nel recente Summit dei Paesi del Pacifico che si è tenuto a Palau, il presidente Surangel Whipps Jr ha invitato i politici che mettono in dubbio l’esistenza stessa di una crisi ecologica globale, a visitare le isole del Pacifico − Kiribati, le Marshall, le Salomone, Vanuatu e via dicendo − per constatare con i loro occhi la minaccia di scomparsa di interi Paesi indipendenti del Pacifico dalla faccia della terra, in particolare quelli che fanno parte dell’ecosistema delle barriere coralline.
I termini scientifici della questione sono noti da tempo: nel Pacifico, il livello del mare sale a un ritmo fino a tre volte superiore alla media globale, anche di un centimetro all’anno, con ritmi di progressione in aumento. L’acqua dell’oceano penetra costantemente nel suolo, contaminando in modo irreversibile le falde acquifere dolci essenziali per bere e coltivare. Nazioni composte da atolli piatti, come Tuvalu e Kiribati, rischiano di diventare del tutto inabitabili entro massimo cinquant’anni, visto che i loro territori non raggiungono i due metri di altezza. Le temperature marine superficiali sono aumentate drasticamente (vedi la crescita attuale del Super-Niño), raddoppiando l’intensità e la durata delle ondate di calore marine. Assorbendo l’anidride carbonica atmosferica, l’oceano diventa sempre più acido, inibendo la capacità dei coralli di costruire i propri scheletri calcificati. Lo stress termico prolungato costringe i coralli a espellere le alghe simbiotiche vitali, portandoli a un rapido deperimento per inedia.
Risultati: la morte delle barriere coralline comporta la distruzione irreversibile dell’habitat primario per un quarto di tutte le specie marine. Senza scogliere coralline in salute, collassa l’intera catena alimentare costiera e la pesca da cui dipende la sopravvivenza locale. I coralli degradati smettono di assorbire l’energia delle onde, esponendo le coste alla furia sempre più devastante dei cicloni. Questa triplice combinazione di acqua alta, calda e acida minaccia l’esistenza di nazioni che hanno contribuito in misura quasi nulla alle emissioni globali.
Il reporter, dunque, ha il dovere di sottolineare dinanzi all’opinione pubblica l’esistenza di malesseri del genere, invitando per l’ennesima volta i potenti a rendersi conto di persona della gravità delle singole situazioni, per poter giudicare con cognizione di causa. Come Paul B., piccolo armatore che opera a Majuro nelle Isole Marshall: ha due barche che fungono da traghetto per alcuni atolli della zona, opera soprattutto con i turisti. Barchette per modo di dire, perché sono motoscafi fuoribordo con due motori a benzina di novanta cavalli, con le onde dell’oceano non si può scherzare. Mi confida, guardando la “sua” laguna: «Nel mio porticciolo il livello dell’acqua è già salito quasi di un metro da una dozzina d’anni in qua, e il ritmo di innalzamento del mare aumenta in modo inquietante. Per il momento non si vede nulla di particolare, ma se ti dico che l’atollo di Arno che hai visitato questa mattina tra quindici anni non sarà più vivibile perché sommerso dalle acque, cosa diresti? E cosa si potrebbe dire alle dodicimila persone che ora abitano quel paradiso terrestre e che dovrebbero essere deportate in una qualche altra nazione, perdendo tutta la loro cultura e il loro modo di vivere?».
Continua infervorandosi, sostenuto anche dalla moglie che sul capo porta una corona di fiori che emette fragranza: «Oggi hai potuto testare la temperatura dell’acqua nei nostri atolli: è cresciuta di due gradi centigradi in pochi anni. Ora, hai visto la barriera corallina, che sta morendo giorno dopo giorno, e non sappiamo più cosa fare per evitarne il decesso definitivo. Ha ragione la nostra presidente Hilda Heine, che vuole costringere l’Onu a dichiarare come obiettivo del prossimo decennio quello di non superare la crescita di un grado e mezzo della temperatura dell’acqua. Chissà se sarà mai possibile, con i governanti dei maggiori Paesi che non vogliono impegnarsi in nessun modo per azioni di preservazione della natura».
Alla messa domenicale nella Cattedrale dell’Assunzione a Majuro, il prete ha pure parlato di cura del Creato, ricordando che l’invito evangelico all’amore reciproco comprende pure l’amore per la natura nella quale viviamo. E il solo settimanale di Majuro, The Marshall Islands Journal, titola quasi ogni giorno sull’emergenza ecologica. Una questione di vita o di morte, insomma, niente di meno. Se l’umanità non saprà tenere conto degli “ultimi”, che in questo caso sono gli abitanti delle isole del Pacifico, avrà fallito.
