Nei giorni scorsi è diventata sempre più arrogante l’azione di alcuni coloni israeliani in Cisgiordania. O almeno questa è la sensazione che prova chi guarda gli avvenimenti da fuori. Come noi. Più o meno inconsciamente siamo portati a pensare che si tratti di azioni violente e ingiustificabili contro civili palestinesi (pestaggi, incendi, furti di bestiame, distruzione di colture, taglio di forniture idriche ed elettriche, qualche morto ammazzato ogni tanto) comunque messe in atto in alcune limitate località da un numero relativamente contenuto di fanatici sionisti. E che lo stato israeliano chiuda un occhio. O magari più di uno.

Soldati israeliani osservano i palestinesi durante un raid nella città di Qusra, a sud di Nablus, Cisgiordania, 13 agosto 2026. Foto: EPA/ALAA BADARNEH via Ansa
È quanto lascia intendere anche la protesta dell’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, che si riferisce all’assedio della casa di due famiglie palestinesi a Qusra, in Cisgiordania, da parte di alcuni coloni ebrei. «Le azioni di coloro che hanno compiuto questo orribile atto di terrorismo, volto a intimidire e molestare questa famiglia [di cui un membro è anche cittadino americano], sono ripugnanti… Non ci sono scuse per un comportamento così violento», ha scritto Huckabee su X.
In realtà, le cose stanno ben diversamente. Basta considerare i numeri e la tempistica, anche soltanto degli ultimi tre anni, per rendersi conto che siamo di fronte a ben altro, ad un piano preciso e deliberato.
La costruzione di insediamenti israeliani nei territori palestinesi è considerata illegale dalla comunità internazionale: questo non toglie che da sempre i coloni, con il consenso non ufficiale di alcuni Governi israeliani, abbiano occupato, almeno dal 1967, terreni non solo in Cisgiordania ma anche a Gaza, nel Golan siriano e nel Sud del Libano. A spese, naturalmente, dei precedenti abitanti.
L’escalation è avvenuta soprattutto dopo il 7 ottobre 2023 e l’attacco a Gaza, con 185 nuovi insediamenti in Cisgiordania realizzati in poco più di due anni, entro la fine del 2025. Non solo: in questo stesso periodo è stata autorizzata dal Governo israeliano la costruzione di 40 mila nuove abitazioni in territori che le Nazioni Unite riconoscono come palestinesi. Questo significa che sono presenti o in procinto di insediarsi in questi territori almeno 160-200 mila coloni israeliani, con l’espulsione già avvenuta di 118 comunità palestinesi. Da notare che di queste 118 comunità espulse, ben 42 lo sono state solo nel 2025.
È doveroso precisare che non si tratta affatto di occupazioni illegali determinate soltanto da aspirazioni messianiche dei coloni. Stiamo parlando di centinaia di chilometri di strade costruite ad uso esclusivo dei coloni e di finanziamenti milionari erogati tramite Ong sioniste. Inoltre, il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir si è premurato di concedere ai coloni, negli ultimi tre anni, oltre 220 mila nuove licenze di porto d’armi. Il governo Netanyahu, in sintesi, sostiene i coloni, e particolarmente quelli violenti, con un supporto economico, politico, militare e giuridico.
Si intravedono già qui i contorni di una strategia spinta dall’estrema destra di Smotrich e Ben-Gvir, che punterebbe a controllare in questo modo il 12-13% dei consensi elettorali, una quota determinante per la vittoria della destra alle prossime elezioni di ottobre 2026. E la strategia coloniale, si intuisce, non riguarderà solo la Cisgiordania, ma anche la Striscia di Gaza, il Golan e, appena possibile, anche il Libano meridionale. Al confine settentrionale di Gaza sono già appostati caravan, autobus e migliaia di persone, decise a intervenire prima di ottobre 2026 per mettere comunque il futuro governo, soprattutto nel caso che non fosse quello della destra che sostiene Netanyahu, di fronte ad un fatto compiuto. In tutto ciò l’espulsione di beduini e palestinesi non è di alcuna rilevanza, quando ormai da tempo, nell’ambito di molta destra estrema e religiosa, non sono più considerati umani, ma solo “terroristi” e “nemici”.

Soldati israeliani sorvegliano i coloni israeliani che entrano nel villaggio di Sara, vicino alla città di Nablus in Cisgiordania, il 31 luglio 2026. Foto: EPA/ALAA BADARNEH via Ansa
I gruppi sionisti fondamentalisti, le Ong colonizzatrici e i movimenti suprematisti sono numerosi in Israele. E non da ieri. Si tratta di una rete di attivismo, sostegno ideologico, supporto materiale, formazione ideologica, azioni che vengono tradotte in leggi. I nomi delle principali organizzazioni sono noti, ma solo agli addetti ai lavori. Quelli segnalati dalla giornalista infiltrata Moira Amargi (pseudonimo) su L’Indipendente online del 9 marzo 2026 sono: Regavim, fondata nel 2006 da Bezalel Smotrich; Laheva, guidata da Bentzi Gopstein, un discepolo del rabbino suprematista Meir Kahane, che si oppone particolarmente ai matrimoni misti e alle relazioni personali tra ebrei e non ebrei; Amana, possiede beni valutati in circa 180 milioni di euro ed è considerata la “madre e il padre” degli avamposti illegali; Artzeinu, ha come obiettivo principale la sovranità israeliana sulla Palestina, e fornisce supporto logistico a chi cerca terre da acquisire nei territori palestinesi. Ma ci sono anche l’intellettuale Im Tirtzu, la “legalizzatrice” Nachala, il fornitore di aiuti per la difesa degli avamposti Hashomer Yosh, e gruppi più informali come quelli definiti Hilltop Youth, spesso esperti in pogrom e incendi. Senza contare i gruppi impegnati nella giudaizzazione di Gerusalemme Est: Ateret Cohanim ed Elad.
