Alla fine l’accordo s’è firmato, e s’è firmato entro il 30 giugno; ma a prezzo, si può dire, di andare avanti “solo con chi ci è stato”, nella misura in cui non tutte le sigle sindacali hanno firmato. Parliamo dell’Accordo Collettivo Nazionale (Acn) per i medici di medicina generale, che d’ora in avanti andrà a regolare la loro presenza nelle Case di Comunità che devono appunto essere operative entro il 30 giugno. – cosa tecnicamente possibile, ma che non sarà semplice da realizzare
Il 26 giugno è infatti arrivata la notizia del via libera definitivo della Conferenza Stato-Regioni (ricordiamo che la sanità è materia di competenza concorrente, ossia gestita insieme da Stato e Regioni), con la firma dell’accordo da parte di Sisac (Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati) e delle organizzazioni sindacali Fimmg (la maggioritaria) e Fmt. Il testo prevede che i medici di medicina generale svolgano la propria attività a prestazione oraria sulla base delle determinazioni dell’azienda di appartenenza; e che per coloro che già non completino l’impegno orario settimanale massimo previsto (38 ore, tra ambulatorio e altri servizi come la continuità assistenziale) sussista l’obbligo di svolgere fino a 6 ore settimanali nelle Case di Comunità, dal lunedì al venerdì, dalle 8 alle 20. L’accordo lascia comunque aperta la possibilità di una diversa organizzazione oraria e dei turni, in base alle esigenze locali. In quanto al compenso economico, sono previsti 38,72 euro orari.
Reazioni naturalmente di soddisfazione da parte del governo, con la sottosegretaria al ministero dell’Economia Sandra Savino che ha affermato che «siamo davanti a un investimento da 2 miliardi di euro, collegato a un target nazionale di almeno 1.038 Case della comunità con servizi attivi entro giugno 2026. L’intesa di oggi avvicina questo obiettivo alla vita concreta dei cittadini, perché definisce il ruolo dei medici di medicina generale nella nuova sanità territoriale». Anche il sottosegretario alla Salute, Marcello Gemmato, ha parlato di un «lavoro di mediazione politica continuo, a tratti complesso, tenendo insieme esigenze diverse, ma senza mai perdere di vista l’obiettivo: arrivare a un’intesa condivisa e sostenibile. È così che si costruiscono soluzioni efficaci per i cittadini e si rispettano gli impegni assunti a livello europeo».
La Fimmg, dal canto suo, in un comunicato «rivendica di aver ricondotto entro l’alveo della contrattazione ciò che si pretendeva di imporre per decreto: a fronte del tentativo di introdurre unilateralmente il doppio binario con il rapporto di lavoro dipendente, di azzerare l’intero impianto dell’Acn e di rendere non negoziabile la presenza dei medici nelle Case della Comunità, la Fimmg ha riportato al tavolo negoziale ogni profilo, trasformando l’imposizione in accordo. La firma dell’Acn ha così rappresentato la migliore risposta per i medici di medicina generale»; in quanto il confronto che ha portato a questa firma «ha consentito di ottenere rilevanti modifiche rispetto alla bozza inizialmente proposta. In particolare, sono state espunte le disposizioni ritenute inaccettabili e si è trovato un punto di caduta che, in coerenza con la normativa vigente, trasforma i rigidi obblighi orari in tetti di disponibilità funzionale, salvaguardando l’autonomia organizzativa del medico nella realizzazione della partecipazione della medicina generale nelle Case della Comunità».
Come di diceva, però, non tutti ci stanno: è infatti rimasta vuota la casella della firma di altre due sigle sindacali, Smi e Snami. Smi, in una lettera di Assifemac (Associazione Società Scientifica Interdisciplinare e di Medicina di Famiglia e Comunità) pubblicata sul proprio sito come comunicato stampa, dichiara che «qualcuno dovrebbe avere il coraggio e l’onestà intellettuale di dichiarare, a milioni di italiani, a quei cittadini che risiedono negli oltre 2.000 comuni con meno di 1.000/1.500 abitanti, che si vedranno privati del loro medico di famiglia per un giorno a settimana, perché sarà costretto da una riforma miope a prestare la sua opera presso una Casa di Comunità. Ci preme sottolineare, infatti, che le Case di Comunità non saranno allocate nei piccoli centri, costringendo, quindi, centinaia di migliaia di cittadini a fare a meno del proprio medico. Solo ricorrendo a spostamenti di chilometri potranno poi usufruirne». L’attenzione viene quindi posta sulla necessità di definire gli impegni dei singoli medici a livello locale in modo ponderato, così da evitare che, specie là dove già è difficile avere il proprio mmg in paese, questi debba poi prestare il suo servizio in una Casa di comunità situata in un centro più grande proprio nelle sue usuali ore di ambulatorio.
Snami, che ha convocato con urgenza i propri organi statutari per definire le azioni da intraprendere, in un comunicato della presidente Simona Autunnali parla di un testo che «appare persino più penalizzante di un decreto imposto unilateralmente Le aziende sanitarie avranno il potere di imporre il fabbisogno orario, individuare le sedi e organizzare l’attività dei medici nelle Case di Comunità, mentre la contrattazione regionale viene sostanzialmente svuotata di qualsiasi reale capacità negoziale. I compensi sono fissati a livello nazionale e non possono essere oggetto di vera trattativa territoriale. Questo significa comprimere ulteriormente l’autonomia professionale e organizzativa dei medici di medicina generale […] Siamo davanti a una forma di dipendenza mascherata all’interno di un rapporto formalmente convenzionale. Si attribuiscono alle aziende poteri tipici del datore di lavoro senza riconoscere ai medici le tutele che deriverebbero da un rapporto di dipendenza. È una soluzione che scarica sui professionisti le esigenze organizzative del sistema senza affrontare i veri problemi della medicina generale: carenza di medici, mancata attrattività della professione, assenza di tutele e crescente burocratizzazione. Non possiamo accettare che una trasformazione così profonda dell’attività dei medici venga introdotta attraverso uno stralcio contrattuale approvato in poche ore e sotto la pressione dell’urgenza di aprire le Case di Comunità previste dal Pnrr».
Silenzio ad ora da parte della Simg, non coinvolta nella firma dell’accordo, ma che nei mesi scorsi si era detta contraria alla riforma.
Ne risulta quindi un mondo della medicina spaccato in cui, pur essendo possibile identificare una legittima maggioranza – sia politica che sindacale – nelle decisioni prese, i nodi ancora da sciogliere (su tutti il rapporto tra dipendenza e libera professione, la garanzia di un medico nei piccoli centri che in realtà non dipende dalle Case di comunità perché già oggi costituisce un problema, e il rapporto tra previsioni nazionali e accordi regionali già in essere – come il recente caso del Veneto – o da farsi) non potranno essere ignorati sulla scorta dell’accordo raggiunto.
