Anni fa lessi la storia del “selvaggio dell’Aveyron”, un ragazzo cresciuto in solitudine nei boschi dell’Alvernia (Francia centro-meridionale). Aggressivo e dotato di funzioni sensoriali e intellettuali così ridotte da porsi «molto al di sotto di alcuni dei nostri animali domestici» – si legge in una testimonianza dell’epoca –, non fece grandi progressi fino alla morte nel 1828, malgrado un giovane medico, Jean Itard, seguendo un impulso scientifico e al tempo stesso umanitario, ne avesse tentato l’educazione per quattro anni.
Questo celebre caso di psicopedagogia, dal quale il regista François Truffaut ricavò nel 1969 il film Il ragazzo selvaggio, mi è tornato alla mente leggendo L’Uomo Elefante di Frederick Treves, edito da Adelphi nella collana Microgrammi. Una storia sconvolgente, anch’essa adattata per il grande schermo in The Elephant Man di David Lynch (1980) e imperniata su Joseph Carey Merrick (1862-1890), cittadino britannico divenuto noto nella società vittoriana per la sua deformità fisica che incuteva spavento e disgusto.
Anche qui un medico – il chirurgo Frederick Treves (1853-1923) – si prende cura di un giovane costretto a esibirsi come “fenomeno da baraccone” per sopravvivere, offrendogli non solo una sistemazione permanente presso il Royal London Hospital dove presta servizio, ma anche la sua amicizia, grazie alla quale l’Uomo Elefante trova finalmente pace e dignità.
Così Treves descrive il suo primo incontro con il ventunenne Merrick (John nel libro e nel film): «Il tratto più impressionante era la testa – enorme e deforme. Dalla fronte sporgeva una grande massa ossea simile a una pagnotta, mentre dalla nuca pendeva una sacca di epidermide spugnosa a forma di fungo. […] L’escrescenza ossea sulla fronte gli ostruiva quasi completamente un occhio. […]. Dalla mascella superiore si protendeva un’altra massa ossea. Spuntava dalla bocca come un moncherino rosa, storcendo verso l’alto il labbro superiore e riducendo il cavo orale a un’apertura bavosa. […] Il naso era un semplice pezzo di carne, riconoscibile come un naso solo dalla posizione. […]. La schiena era orribile: dal centro, e fino a metà coscia, pendevano grosse, spesse sacche di carne, coperte da quella rivoltante pelle a cavolfiore. Il braccio destro era gigantesco e informe. […] La mano era grossa e malfatta – pareva una pinna o un remo. […] Dal petto pendeva un’altra sacca ripugnante. Era come la giogaia di una lucertola. Gli arti inferiori avevano lo stesso aspetto del braccio deforme. […] Per aggiungere un ulteriore fardello a quelli che già lo opprimevano, questo povero disgraziato, da ragazzo, aveva sviluppato una patologia all’anca che gli aveva causato una zoppìa permanente, e poteva camminare solo con l’aiuto di un bastone. In altre parole, non aveva modo di sottrarsi ai suoi persecutori, fuggire gli era impossibile».
Sono gli spaventosi effetti di una rarissima sindrome detta “di Proteo”, una malattia che causa la crescita incontrollata dei tessuti, della pelle e anche dalle ossa, oltre alla proliferazione di tumori all’interno del corpo.
Due anni dopo Merrick, abbandonato dal suo impresario per la difficoltà di esibirlo al pubblico, cerca rifugio nella stazione di Londra dalla folla che si accalca per vederlo in faccia sotto la cappa nera che lo riveste da capo a piedi. Accorrono dei poliziotti che, grazie al biglietto da visita di Treves trovato in suo possesso, avvisano il medico, il quale si precipita da lui per condurlo in salvo. Col tempo e fatta l’abitudine al linguaggio incerto del suo protetto, nelle lunghe chiacchierate con lui ne apprezzerà la spiccata intelligenza e sensibilità, la gentilezza e mitezza, l’assenza di ogni rancore per i maltrattamenti subiti. Verrà anche a conoscere il suo triste passato senza famiglia, la passione per i libri e la speranza di un alloggio definitivo presso un istituto per ciechi, dove nessuna donna avrebbe orrore di lui e forse una gli darebbe anche affetto.
Un giorno, per aiutarlo a vincere la paura della gente, il medico convince una giovane amica a venire a salutarlo. Finita la visita, Merrick poggia la testa sulle ginocchia in una lunga crisi di pianto: «Era stata la prima donna che gli avesse mai sorriso, e la prima, in tutta la sua vita, che gli avesse stretto la mano. Da quel giorno, la creatura braccata che conoscevo ha cominciato a trasformarsi un po’ alla volta in un essere umano».
Da quando la vicenda dell’Uomo Elefante è apparsa sui giornali, un flusso di visitatori preme per conoscerlo. Tra gli altri, signore della buona società vengono a colmare John di regali con i quali lui, umilmente grato, arreda la sua stanza. Arriva perfino – gentile e sorridente – la principessa di Galles, Alexandra. «Merrick era fuori di sé dalla felicità. Quello che stava succedendo andava al di là delle sue fantasie più sfrenate». Rimasto in fondo un bambino, come tale si comporta quando il suo amico medico, adottate tutte le precauzioni per proteggerlo da sguardi indiscreti, lo accompagna per la prima volta ad uno spettacolo teatrale. «Il suo atteggiamento, più che gioia, esprimeva meraviglia e stupore. Era in adorazione, stregato». Segue un’altra esperienza altrettanto entusiasmante: un breve soggiorno nel capanno di un guardiacaccia per lui che «non aveva mai passeggiato fra i campi, né seguito i sentieri di un bosco. Non si era mai arrampicato sulla sommità di una collina battuta dal vento. Non aveva mai colto fiori in una radura».
Sei mesi dopo il ritorno a Londra, Merrick viene trovato morto sul letto, disteso sulla schiena. Aveva solo 28 anni. Spesso aveva confidato al suo protettore il desiderio di «dormire come gli altri», costretto com’era dall’enorme cranio a dormire seduto sul letto con la schiena appoggiata ai cuscini, le braccia intorno alle gambe raccolte e il testone chino sulle ginocchia. Quell’ultima notte doveva aver provato a dormire disteso. «Il cuscino era morbido, la testa era probabilmente caduta all’indietro slogandogli il collo. E così, alla fine, la causa della sua morte era stata proprio il patetico, disperato desiderio che aveva dominato tutta la sua vita – essere “come gli altri”».
A fine lettura rimane tuttavia una confortante verità: la capacità, per l’essere umano, di riscattarsi da ogni tipo di degrado purché trovi una mano amica che lo rialzi, un “buon samaritano” come Frederick Treves nei confronti di Merrick. «Il suo tormentoso viaggio – conclude l’autore – era giunto alla fine. Per tutta la strada, come gli altri, aveva portato un peso che aveva finito per schiacciarlo. Era stato precipitato nell’abisso della disperazione, ma con passi virili aveva raggiunto l’altra sponda. Nelle strade spietate dalla Fiera delle Vanità aveva dovuto dare spettacolo di sé stesso. Era stato percosso, vilipeso, infangato. Ma a quella morsa era riuscito a sottrarsi, e a raggiungere un luogo di pace, dove quel peso gli era caduto dalla schiena ed era svanito per sempre».
