Anche in mezzo alle atrocità dovute a un genocidio come quello che da tempo si sta consumando a Gaza, e di cui solo qualche sequenza ci viene riportata dai media, si registrano commoventi prodigi di sopravvivenza e di solidarietà che testimoniano l’assoluta necessità di restare umani. «Ogni giorno mi muovo tra le rovine, ricucendo ferite che il mondo non vedrà mai. E di notte scrivo, perché certe verità non possono rimanere sepolte», annota Ezzideen Shehab nel suo Diario di un giovane medico edito da Mimesis. Gli fa eco Muhammad Al-Zaqzouq in Scrivo per restare umano (Einaudi): «Scrivo per restare umano, perché la macchina della guerra non mi logori trasformandomi in una bestia confinata nel buio e nella paura».
Cinque giorni prima del 7 ottobre 2023, dopo nove anni trascorsi all’estero studiando medicina, Ezzideen rientra a Gaza per festeggiare la laurea in famiglia. L’11 ottobre un attacco aereo israeliano uccide 42 suoi parenti. Ci sarebbe da restarne annientati, invece da quel momento inizia la sua incredibile storia di sopravvivenza e di impegno al servizio del suo popolo. Per oltre otto mesi il giovane medico lavora come volontario all’ospedale indonesiano del nord di Gaza in condizioni estreme e scoraggianti. Eppure non si dà per vinto, incalzato dagli eventi e dal pensiero che la morte può giungere in ogni momento. Alla fine del 2024 Ezzideen fonda insieme ad altri due medici la clinica Al-Rahma, unica struttura medica nell’area che fornisce cure gratuite, anch’essa più volte colpita. Continuerà a lottare anche quando i due colleghi e amici rimarranno uccisi durante le incursioni aeree e tutto sembrerà ormai perduto.
Nel suo potente esordio letterario di prima mano sul genocidio in corso, Ezzideen Shehab racconta al mondo con lucidità e umanità il dolore dei palestinesi, la devastazione della sua terra e il silenzio internazionale che avvolge questa tragedia. Il suo è quasi un messaggio in bottiglia da affidare al mondo, sperando che venga raccolto. Sono pagine che non lasciano indifferenti, ognuna delle quali è un pugno nello stomaco. Come l’episodio che segue, scelto a caso.
«Si è seduta di fronte a me. Non dimenticherò mai la sua voce. Non era lamentosa. Era implorante. Ma era il tipo di supplica che aveva già perso ogni speranza. “Mi aiuti a salvare il mio bambino – mi ha detto –– Ho aspettato questo bambino per nove anni. Anche se dovesse costarmi la vita, voglio tenerlo tra le braccia almeno una volta”.
Sono un medico. Ma in quel momento cosa ero se non un impostore? Le ho offerto pillole di ferro, iniezioni di Tri-B e una bugia. Che forse avrebbero potuto aiutarla. Forse. Ma lo sapevamo entrambi. La sua dieta era a base di lenticchie. E il bambino dentro di lei, quella scintilla sacra, galleggiava nell’ombra della morte. Là fuori, nel mondo degli uomini, si discute sul cessate il fuoco. Misurano confini con i righelli. Tracciano corridoi come fossero ponti verso la salvezza.
Ma qui, in questa stanza soffocante, c’era solo una verità: una madre. Una vita non ancora nata. E il grido silenzioso di un mondo che non si preoccupa più. Non parlo più di politica. Non credo più nella diplomazia. Rifiuto le vostre conferenze, le vostre dichiarazioni, i vostri architetti di cenere. Questo non è un conflitto. Questa non è una trattativa. Questa è una crocifissione. Dove i non nati sono inchiodati al silenzio del mondo. Dove le madri sanguinano silenziosamente sotto il rombo dei motori aerei. Dove anche la speranza è razionata.
Che la storia non ricordi tutto ciò come una strategia. Non come politica. Ma come un genocidio, perpetrato non solo contro i vivi, ma contro la possibilità stessa della vita».
Nel suo diario il poeta e scrittore Muhammad condensa a sua volta mesi di patimenti e incertezze, dal fatale 7 ottobre 1013 fino alla fine del 2024. Insieme alla moglie ‘Ulā e ai tre figli piccoli, fugge dalle bombe e dai carri armati, spostandosi da un capo all’altro di Gaza all’interno di una rete famigliare fitta e radicata nel territorio, in una serie apparentemente interminabile di sfollamenti.
Il ritmo di questi spostamenti è dettato dagli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano, così il viaggio dell’autore diventa una panoramica della vita della città martire, delle strategie messe in atto dagli abitanti per adattarsi a una realtà in cui la morte è sempre in agguato. È più sicuro stare in una casa col tetto di cemento o di lamiera? Quanto dura una batteria portatile che deve alimentare un intero appartamento? Cosa si è disposti a bruciare per cuocere un po’ di pane? Da queste pagine, impariamo che non c’è una risposta giusta, che certe decisioni vanno prese a intuito, ignorando i dubbi martellanti e l’angoscia costante di fare un passo falso.
Mentre Gaza viene sistematicamente rasa al suolo, la famiglia allargata di Muhammad si riunisce e si disperde, si cerca tra le macerie e trova nel gruppo un senso di protezione ancestrale, mossa da una incrollabile volontà di sopravvivere. Un episodio fra i tanti fotografa altri particolari di ciò che avviene tra la popolazione superstite:
«La strada era piena di bancarelle improvvisate in cui si vendevano i beni degli aiuti internazionali o la merce portata via dalle case abbandonate – bombole di gas, batterie, pannelli solari, pentole, piatti e vestiti, tutti oggetti rubati – o ancora falafel cotti sulla pietra, legna e acqua potabile. In una di quelle passeggiate, trovai una bancarella che vendeva libri. […] probabilmente la maggior parte dei libri esposti erano stati rubati da qualche biblioteca pubblica o da qualche collezione privata come la mia […]. E poi, mi chiedevo, chi mai si interessava ancora ai libri in mezzo a una guerra di sterminio, chi era ancora disposto a investire nella letteratura in un momento in cui tutti lottavamo per sopravvivere. […]
[Il giovane proprietario] mi disse che erano in molti a visitare la bancarella, e alcuni compravano i libri ed erano disposti a pagare il prezzo di copertina, mentre altri si accontentavano di sfogliarne qualche pagina. […] Aveva senso che le persone fossero disposte a pagare per leggere. Esposte quotidianamente alla perdita, all’assenza e al degrado, leggere era per loro un atto profondamente umano, in aperta sfida alla macchina della guerra, in grado di preservarle dall’abbrutimento dilagante e feroce che pervadeva la vita degli sfollati, e che soffocava – questo era l’aspetto più atroce – la capacità di provare dolore».
