Mentre in Italia è sempre più confuso il dibattito sul suicidio assistito, fra creative circolari regionali, sentenze a volte contraddittorie e incertezze del dibattito parlamentare, una notizia dalla Francia è passata un po’ inosservata.
Il Parlamento francese ha al tempo stesso approvato per la prima volta una legge specifica per il rafforzamento e lo sviluppo delle cure palliative (in Italia una legge simile esiste dal 2010) e respinto (con motivazioni diametralmente opposte fra le parti) la proposta di legge per la legalizzazione del suicidio medicalmente assistito.
C’entra tutto questo con la situazione italiana? Certamente non direttamente (ogni Stato è legislativamente sovrano), ma quello che ci può interessare è il percorso nel suo insieme.
Da una parte è quasi sorprendete che in una Nazione da tempo attenta ai temi del fine vita (la legge Lionetti ne è un esempio) non avesse una legge per le Cure palliative. Di questo come Italia dovremmo essere orgogliosi (la nostra legge di 16 anni fa è considerata un modello all’avanguardia in tutta Europa), eppure nel nostro dibattito più a colpi di spot che di argomentazioni ragionate il tema è sempre quello dell’ipotetico “diritto” a porre fine alla propria vita, e quasi mai emerge quanto ancora c’è da fare per garantire il diritto, che c’è già, a ricevere cure palliative specialistiche a domicilio o in hospice come prima risposta alle domande che derivano dal dolore globale (fisico, psicologico, sociale ed esistenziale) dell’avvicinarsi alla conclusione della vita.
Rischiamo cioè, come in tanti altri ambiti, di avere una legislazione avanzatissima e di venire superati da processi attuati con maggior concretezza da altri Paesi anche di minor tradizione.
L’altro aspetto, forse persino più stimolante, è legato al fatto che la legge sul suicidio medicalmente assistito è stata respinta dopo una prima bozza che era stata approvata con un vero “colpo di mano” (a detta di molti) da parte dell’Assemblée Nationale . Una proposta di legge che esprimeva rigorismi inaccettabili, come il rischio di condanna a due anni di carcere per un medico che avesse “convinto” un paziente a non suicidarsi, violando così la sua libertà di scelta [!].
Quello che è avvenuto è stata una fortissima mobilizzazione civile, guidata dalle Società Scientifiche mediche e dalle Associazioni di Malati, che si sono ribellate a decisioni prese senza coinvolgere adeguatamente chi lavora a contatto con i malati gravi e i malati stessi.
Questo mi sembra il segno di una società civile capace di riflettere, confrontarsi, cambiare idea. In Francia il dibattito è tutt’altro che concluso (basti pensare che la legge è stata bocciata per motivi opposti: per qualcuno perché troppo libertaria, per altri perché troppo restrittiva), ma il “caso francese” dimostra che non esiste un’unica strada obbligata e soprattutto che un dibattito onesto sul fine vita deve partire da una forte presenza delle cure palliative su tutto il territorio nazionale a servizio di ogni malato che ne abbia necessità.
A oggi, invece, le cure palliative sembrano essere un dato accessorio, burocratizzato, preposte semplicemente a “mettere un timbro” su decisioni già prese: questo sembrano dire alcune normative regionali. Esistono però segnali evidenti che anche in Italia siano in aumento le voci che chiedono un confronto non “a senso unico” su temi così delicati: speriamo che sia davvero l’occasione di una riflessione profonda sul significato stesso della parola “cura”.
Ne abbiamo già parlato spesso su Città Nuova: le infinite storie di “vita fino alla fine della vita” che si respirano quotidianamente in un hospice, la dimensione “speciale” del tempo delle relazioni, degli affetti, della profondità più che della durata dei giorni “ultimi”, sono il patrimonio prezioso di una esperienza controcorrente che deve ancora giungere a piena maturità. Frettolose scorciatoie giuridiche e legislative non sono la soluzione.
