Il Mediterraneo ha rappresentato nei secoli un luogo di scontro e di conflitto, ma anche uno spazio di incontro tra popoli e culture diverse, una frontiera attraversata da lingue, commerci e saperi. Da Omero, che nell’Odissea fa del mare lo spazio dell’erranza ma anche dell’ospitalità, fino a Fernand Braudel, che lo descrive come “un mille crocevia di vite”, il Mare Nostrum emerge come un laboratorio storico di contaminazioni e di pratiche culturali capaci di generare convivenze e istituzioni, come lo ius gentium, lo ius commune e le successive rifondazioni moderne che hanno posto le basi del diritto internazionale. Per la sua collocazione geografica e simbolica, il Mediterraneo stringe in un unico abbraccio continenti diversi, religioni e Paesi differenti. È quel mare “di mezzo” cantato da Predrag Matvejević, capace di unire più che di dividere, e che per secoli ha favorito convivenze complesse, spesso fragili, ma feconde. Un mare che racconta, più di altri, la possibilità della relazione.
Negli ultimi anni, tuttavia, il Mare Nostrum è diventato luogo di morte, abbandono e respingimento: cimitero per migliaia di migranti in cerca di un futuro migliore. La narrazione pubblica lo restituisce sempre più come mare di guerra, facendo riferimento al cosiddetto Mediterraneo allargato: da Israele e Gaza al Libano, dalla Siria allo Yemen, fino all’Iran, con ricadute che toccano la sicurezza marittima, la stabilità del Nord Africa e l’equilibrio geopolitico globale. È in questo contesto segnato da conflitti, paure e semplificazioni che si è svolto, presso la Facoltà Teologica di Sicilia a Palermo, nei giorni 23 e 24 aprile, il convegno internazionale Il mare comune. Rileggere il Mediterraneo tra storia, letteratura e diritto. Un’iniziativa nata dall’obiettivo di tornare a pensare il Mediterraneo non come confine armato, ma come spazio di fraternità possibile, rileggendone l’identità profonda attraverso un dialogo fra discipline diverse, che ha attinto contenuto e metodo dall’esperienza maturata da alcuni studiosi del Centro studi del Movimento dei Focolari denominato Scuola Abbà.

Foto di Aurora Nicosia al convegno “Il mare comune. Rileggere il Mediterraneo tra storia, letteratura e diritto”, Palermo.
A Palermo si sono incontrati studiosi provenienti da vari Paesi dell’Europa e del Mediterraneo, accomunati dalla convinzione che, nonostante l’attuale scenario di conflitti, la realtà più autentica di questo mare sia un’altra: la fraternità come processo storico in atto, come cammino iniziato da millenni e ancora aperto. I temi affrontati hanno spaziato dall’attualità geopolitica alle sfide della pace, dell’integrazione e del dialogo interreligioso, fino al ruolo del Mediterraneo antico come ponte tra Oriente e Occidente. Ne è emersa l’immagine di un mare capace di incidere non solo sulla spiritualità, ma anche sulla costruzione del diritto, delle istituzioni e della cultura. Un contributo significativo è venuto anche dalla linguistica e dalla letteratura, che hanno restituito il Mediterraneo come officina di parole e di narrazioni: un mare che ha nutrito poeti, viaggiatori e scrittori, da Kavafis a Tabucchi, da Mahfouz a Dante, e che continua a generare racconti fondati sull’incontro e sull’attraversamento delle differenze.
Ciò che ha reso particolarmente feconda questa esperienza è stato il lavoro in sinergia tra saperi diversi. In un tempo segnato nella comunità accademica da una crescente specializzazione, il confronto tra storici, giuristi, letterati, teologi e studiosi delle scienze sociali ha mostrato che la complessità del Mediterraneo non può essere colta da uno sguardo unico. Solo l’intreccio dei saperi consente di abitare la complessità senza ridurla, di coniugare rigore scientifico e attenzione all’umano, competenze disciplinari e responsabilità etica, senza contrapporre sapere laico e dimensione religiosa. È una prospettiva che richiama da vicino il pensiero di Chiara Lubich, per la quale la pace non nasce dall’equilibrio delle forze, ma dalla qualità delle relazioni. «La pace – affermava – non è soltanto assenza di guerra, ma la costruzione quotidiana della fraternità». In questa visione, il dialogo non è un’opzione accessoria, ma una via concreta: tra persone, tra popoli, tra discipline. Anche il sapere diventa così luogo di incontro e di servizio, capace di generare cultura e di aprire strade nuove.

Foto di Aurora Nicosia al covegno “Il mare comune. Rileggere il Mediterraneo tra storia, letteratura e diritto”, Palermo.
Teatro felice di questo scambio è stata Palermo, città segnata da secoli di dominazioni e di passaggi – fenici, greci, romani, arabi, normanni – che hanno prodotto un tessuto urbano e sociale fondato sulla stratificazione culturale. Nonostante le ferite lasciate dalla criminalità organizzata, il capoluogo siciliano continua ad esprimere una vocazione mediterranea viva, attraverso progetti educativi, iniziative sociali e culturali che promuovono dialogo, legalità e integrazione. Il convegno non è stato un punto di arrivo, ma di partenza: un primo passo all’interno di un percorso più ampio di riflessione e collaborazione scientifica, che ha coinvolto nel Comitato scientifico dei docenti della Pontificia Facoltà Teologica di Sicilia di Palermo, della Scuola Abbà e dell’Istituto Universitario Sophia. In questo spazio di confronto si è tentato di armonizzare contenuti diversi, nel rispetto reciproco dei vari ambiti; e, quasi in un gioco di rimandi, ha preso forma un metodo che lascia intravedere ciò che potrebbe essere una università del Mediterraneo. In questa prospettiva, il Mediterraneo viene restituito come spazio di speranza, generativo, non chiuso in confini rigidi, ma aperto a una conoscenza condivisa che mette in relazione persone, istituzioni e saperi diversi. Sarà da esperienze di questo tipo che potrà nascere una visione capace di formare coscienze responsabili e aperte al dialogo, alla fraternità come orizzonte possibile nel Mediterraneo?
