“Il Friuli ringrazia e non dimentica”: non è solo la scritta che campeggia sulla “special edition” della maglia dell’Udinese Calcio lanciata in occasione del 50mo del terremoto del Friuli, ma un vero e proprio motto che ha scandito i mesi della ricostruzione dell’estremo Nordest d’Italia. Cinquant’anni fa esatti infatti, alle 21.06 del 6 maggio 1976, un lunghissimo minuto di scossa di magnitudo 6,4 della scala Richter lasciò dietro di sé quasi mille morti e 100.000 sfollati. Seguirono altre scosse nei mesi successivi, con quella del 15 settembre che raggiunse i 6 gradi Richter; che, oltre a danneggiare ulteriormente leinfrastrutture, andarono a compromettere anche parte di quanto già era stato celerissimamente ricostruito.
A cinquant’anni da allora, chi arriva in Friuli per visitare Gemona – la città più colpita, con 400 morti – o altri paesi avrebbe probabilmente la sensazione di cogliere molta retorica: i richiami alla storia di un modello di ricostruzione considerato esemplare a livello mondiale, gestito dall’allora commissario Giuseppe Zamberletti e dai sindaci in una maniera che oggi ci sogneremmo (in primo luogo per i vincoli burocratici); la solidarietà ricevuta dai volontari giunti da ogni parte del mondo, e che il Friuli appunto “non dimentica” (tanto che molti gemellaggi sono tuttora attivi); il decantato approccio promosso dal vescovo di Udine, mons. Battisti, secondo cui andavano ricostruite prima le fabbriche (perché la popolazione non se ne andasse per assenza di lavoro), poi le case (perché tornassero a vivere nei propri paesi anche donne e bambini, inizialmente sfollati sulla costa o in paesi “gemellati” mentre gli uomini erano rimasti nelle tende per contribuire alla ricostruzione), poi le chiese (per ricostruire poi la comunità); in contributo decisivo dato dalla Chiesa udinese e non solo, in particolare tramite le varie Caritas; la storia della città medievale di Venzone, e di Gemona, ricostruite come prima dalle macerie numerando ogni singola pietra; tutte le “cose buone” nate dal sisma, dalla cura maniacale alla normativa antisismica degli edifici, ai nuovi centri per la vita della comunità, ad un sistema viario più moderno (su tutto l’autostrada A23), l’Università di Udine (non a caso chiamata Università del Friuli), fino alla stessa Protezione Civile; e infine il caro vecchio “fasìn di bessôi”, facciamo da soli, perché la solidarietà va benissimo, ma la verità ultima del Vangelo secondo i nordestini rimane questa.
Al di là dell’ironia, però, chi conosce il Friuli appena un po’ sotto la superficie sa che, pur con l’innegabile presenza di retorica più o meno stucchevole ad ogni anniversario, c’è molto di più: c’è, direi, una questione quasi identitaria. C’è una popolazione che in fin dei conti ricorda, nonostante siano passati ormai cinquant’anni, in primo luogo per questioni di età media (quasi il 30% della popolazione regionale ha più di 65 anni e gli anziani sono il triplo dei giovani); e una popolazione che ha vissuto quest’esperienza in una dimensione collettiva che ha plasmato – appunto – l’identità degli abitanti, e come tale l’ha passata anche a chi è nato dopo. Esperienza che contribuisce a spiegare il particolare rilievo assunto dalla Protezione Civile in Regione, con circa 12.000 volontari su un milione di abitanti, costantemente tra le prime ad attivarsi in caso di calamità anche in altre zone d’Italia.
Questo aiuta a capire il quadro in cui si svolgono le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario, particolarmente sentite. Per quanto diverse iniziative siano partite già da qualche tempo, il via al clou delle celebrazioni ufficiali l’ha dato la messa celebrata dal presidente della Cei, il cardinale Zuppi, domenica 3 maggio a Gemona, alla presenza di migliaia di persone. Mons. Zuppi nell’omelia ha ricordato che «il terremoto distrugge, l’amore rimette assieme. Quelle settimane sono state una lezione per tutta l’Italia e per il mondo, per imparare cosa significa lavorare insieme senza opportunismi. Si manifestò un “noi” forte, resistente, perché era chiaro e indiscusso che «il tutto è superiore alla parte». Per questo dividerci è colpevole, ci rende impotenti dinanzi alla sofferenza. Vorrei che oggi come allora dal Friuli partisse questa consapevolezza per il nostro Paese, per l’Europa e per il mondo». Per l’occasione è giunto anche un messaggio di papa Leone; in cui il pontefice, oltre ad assicurare la sua vicinanza e la sua preghiera, auspica «che la memoria di così tragico evento susciti il rinnovato impegno nella promozione dei valori della fraternità e della carità».
Momento culmine sarà poi il Consiglio regionale straordinario che si terrà a Gemona il 6 maggio alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per il quale è attesa anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni: e proprio le cerimonie del 6 sono state al centro della polemica con i sindaci della Carnia che chiedono un chiarimento del quadro normativo sulle responsabilità della Protezione Civile. Appunto i 105 sindaci dei Comuni terremotati sono attesi a Gemona il 6 maggio, insieme ad altre autorità sia nazionali – come i ministri Ciriani e Giorgetti – che locali.
Il 7 maggio si terrà infine sempre a Gemona, sul palco allestito alla caserma Goi-Pantanali per la messa celebrata da mons. Zuppi, il concerto di Andrea Bocelli.
A questi si sono aggiunti e si aggiungeranno numerosi altri eventi di rilievo, sia di livello locale che nazionale, come è stato ad esempio l’incontro di Zuppi con i giovani nella mattina di domenica 3 a Gemona.
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