È difficile oggettivamente separare profezia e realismo nel messaggio inviato dal cardinale di Torino, Roberto Repole, in vista della festa dei lavoratori del primo maggio 2026, affrontando senza mezzi la conversione in atto nella città verso la produzione industriale delle armi.
È una questione che affrontiamo da tempo su Città Nuova come dimostra l’incontro promosso il 20 ottobre 2022 assieme ai soci di Banca Etica, al Gruppo Abele, alla Pastorale sociale regionale e al Centro studi Sereno Regis che è stato tra i primi a sollevare il caso del progetto annunciato dalla società Leonardo relativo a 184.000 mq da trasformare nella cittadella dell’Aerospazio. Un termine che rimanda con il pensiero al mondo delle imprese astronautiche, ma che presenta inevitabili legami con l’evoluzione tecnologica dei sistemi d’arma.
Il forte ridimensionamento di Stellantis è evidente da tempo, con intere filiere di pregio cedute alla concorrenza nel settore automotive. Un progressivo allontanamento dall’Italia da parte degli eredi Agnelli che ha trovato il suo compimento nella dismissione addirittura del controllo sul quotidiano La Stampa.
Il cardinale Repole non usa un linguaggio curiale ma, nella complessità nell’analisi, affronta il tema senza fronzoli: «So che si preferisce parlare di industria della Difesa, ma è inutile girarci attorno: il mercato degli ordigni di morte sta fiorendo e sta distribuendo ricchi profitti agli azionisti solo perché le armi vengono usate in altre parti del mondo per uccidere e devastare. Credo che non possiamo cercare la vita con una mano e toglierla con l’altra, non possiamo disgiungere pace e lavoro. Vogliamo affidare alla guerra le speranze del nostro territorio?».
Parole pesanti che rischiano di restare, tuttavia, una nobile denuncia morale in mancanza del progetto per una diversa politica industriale.

Assemblea degli operai cassaintegrati delle Carrozzerie di Mirafiori davanti alla porta 5 dello stabilimento Stellantis, Torino 17 ottobre 2024 ANSA/ALESSANDRO DI MARCO
A tal fine è attivo da tempo, con il contributo della pastorale sociale piemontese, un Laboratorio nazionale permanente per la riconversione economica di pace che ha eletto tra i suoi casi emblematici proprio la città di Torino che non è stata, tuttavia, solo la città dell’auto in mano ad un gruppo industriale, la Fiat, che ha inciso profondamente sulla struttura dell’intera economia italiana. La fortuna degli Agnelli, come documentato da una vasta storiografia, ha avuto origine dall’accumulo di capitale reso possibile dai sovraprofitti legati allo sforzo bellico richiesto dalla prima guerra mondiale e, poi, dal sostegno al fascismo contro le ricorrenti rivolte dei lavoratori che avevano preteso di instaurare una “democrazia operaia”.
Ed è proprio in Piemonte che, a partire dall’obiezione alla produzione di armi da parte di alcuni lavoratori della Val Susa, nel secondo dopoguerra è emersa una piattaforma programmatica per la conversione dell’economia in politiche industriali di pace, che ha avuto nel sindacalista cislino Alberto Tridente, rappresentante della Flm, uno dei suoi rappresentanti più credibili e autorevoli. Un percorso che non si è interrotto grazie all’impegno di esponenti sindacali come Gianni Alioti, a lungo responsabile dell’ufficio internazionale della Fim Cisl e ora molto attivo come analista e studioso di questioni industriali in The Weapon Watch.
Citando il discorso di Leone XIV al corpo diplomatico, il cardinal Repole afferma che «non basta parlare di pace, “occorre la volontà di smettere di produrre strumenti di distruzione e di morte”». La guerra ha radici nell’odio e nelle ingiustizie del mondo, ma è anche un grande business economico e sta spingendo sulla produzione delle armi, probabilmente oltre il bisogno di difesa da parte di un Paese come l’Italia».

Lavoratori di Leonardo nella fabbrica che produce componenti per i cacciabombardieri F35 a Cameri in Piemonte
Archivio ANSA/CLAUDIO PERI
Il riferimento al “bisogno di difesa” travalicato “probabilmente” dalla forte spinta sul riarmo apre alla necessità di un serio dibattito pubblico, dato che ad esempio dalle colonne del Corriere della Sera è arrivato puntualmente un editoriale di Galli della Loggia che ha ribadito le accuse contro il pacifismo italico che avrebbe un’origine patologica (la sindrome dell’inerme): «Il sentimento tenace — depositatosi e cresciuto nella coscienza collettiva in seguito alla tragedia del 1940-’45 — che l’Italia non può nulla, che non può contare nulla, e che dunque è assurdo che essa si ponga — sia pure semplicemente armandosi a scopo dissuasivo — nella prospettiva di quel cimento supremo che è la guerra».
Certi ragionamenti sul recupero valoriale del “cimento della guerra” sono ormai pervasivi anche in ambienti cattolici e impediscono di prendere sul serio la prospettiva di un cambiamento strutturale dell’economia che chiama in causa inevitabilmente la governance di Leonardo, la maggior industria delle armi che resta sotto controllo pubblico.
Sulla difficoltà da affrontare per impostare una diversa politica industriale, si può ad esempio ascoltare quanto emerso nel dibattito promosso il 20 novembre 2024 dal Laboratorio riconversione su La questione Stellantis nello scenario generale della politica industriale Italiana ed Europea.
C’è bisogno di un grande impegno collettivo. «Fermiamoci, cari amici – afferma nella sua lettera Repole –, e ragioniamo tutti insieme (istituzioni e cittadini, imprenditori, sindacalisti, famiglie), domandiamoci quali persone vogliamo essere, come vogliamo spendere le nostre esistenze e la nostra comunità: eravamo la città delle auto, vogliamo diventare la città delle armi?». Ed è importante la disponibilità a fare della pastorale del Lavoro un «luogo di incontro, confronto e approfondimento».
Molto materiale è già disponibile. Un fattore indispensabile per innescare il cambiamento deve arrivare dal mondo della ricerca e dell’università. È perciò importante quanto emerso dall’incontro Lavoro, conoscenza e ricerca ripudiano la guerra promosso dal Centro Sereno Regis il 30 aprile per ribadire il rifiuto di alcuni esponenti del mondo accademico di assoggettare la ricerca pubblica agli interessi delle Big Tech e del complesso militare-industriale. Non diversamente da quanto fanno ad esempio i lavoratori della logistica, che rifiutano di caricare armi destinate ad alimentare la guerra. Scelte che costano.
«La politica è davanti a un bivio storico – afferma Gaetano Quadrelli, responsabile della pastorale sociale del Piemonte e Valle d’Aosta –: le parole di Repole al territorio della sua diocesi riflettono preoccupazioni comuni a tutti. Appare sensato l’invito a reagire per tempo, ossia prima che sia storicamente irreparabile, a una deriva che coinvolge l’intero Paese, l’Europa come continente e il Mediterraneo allargato. E la risposta a questo invito va formulata in termini laici e con il senso della concretezza che è una virtù politica, in modo dialogante anche fra sensibilità distanti».
Qui il link al testo integrale del messaggio del cardinale arcivescovo di Torino Roberto Repole
Qui il link sulle prime reazioni al messaggio
