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Ambiente > Economia

Liberiamoci dal petrolio, l’economia deve disintossicarsi

di Benedetto Gui

- Fonte: Città Nuova

L’ennesima guerra del Golfo rende evidente l’importanza strategica di ridurre la dipendenza da combustibili fossili per realizzare davvero una decisa transizione alle energie rinnovabili

Foto Pexels

«Un secolo fa il petrolio… era solo una materia prima poco conosciuta; oggi è fondamentale per l’esistenza umana quasi quanto l’acqua… Ne siamo dipendenti, e non è una dipendenza piacevole» (James Buchan). Mi viene da pensare, per analogia, a quello che sono le bevande zuccherate per alcune popolazioni native (degli Usa, del Canada e delle isole del Pacifico…), che si sono trovate esposte, in condizioni di sudditanza, alla “civiltà moderna”, e in particolare allo zucchero, un alimento che in passato era loro praticamente sconosciuto; con la conseguenza di un consumo sregolato di bevande zuccherate che ha portato tassi di obesità e di diabete eccezionalmente alti, nonché veri e propri casi di dipendenza patologica.

Ma torniamo al petrolio. Ben poco è cambiato nel nostro rapporto con questo “oro nero” nei vent’anni trascorsi da quella frase di James Buchan, e lo stesso si potrebbe dire a riguardo del gas naturale. E sì che ora sappiamo molto di più sulla necessità che il pianeta si disintossichi dal petrolio, e che in fatto di fonti alternative di energia disponiamo di tecnologie molto più avanzate, che ne hanno abbassato i costi a livelli competitivi con le centrali termoelettriche.

Certo, nell’Unione europea i consumi sono calati in modo significativo: nel caso della Germania e della Francia nell’ordine del 20%, e nel caso dell’Italia del 30% circa, anche grazie allo spostamento di molte industrie energivore verso Paesi di più recente industrializzazione, in particolare asiatici. Ma quello europeo è un caso isolato. Negli Stati Uniti, che hanno vissuto una condizione non molto diversa da quella europea, il consumo di petrolio è rimasto quasi invariato, attorno ai 20 milioni di barili al giorno. Nei Paesi di più recente industrializzazione, invece, il consumo di petrolio è esploso, portando il totale mondiale da circa 80 a circa 105 milioni di petrolio al giorno.

Si tratta di cifre enormi, che alimentano un dispendio irresponsabile da parte di alcune centinaia di milioni di persone, mentre ad altri miliardi di cittadini del mondo arrivano le briciole, o, se vogliamo, le gocce. I consumi di petrolio pro-capite variano, infatti, dagli oltre 1500 galloni annui dell’Arabia Saudita, ai 900 degli Usa e del Canada, ai 320-360 di Italia, Francia e Germania, ai 180 della Cina, ai 60 dell’India… fino ai 12 dell’Etiopia. Mentre – merita ricordarlo – il riscaldamento globale colpisce soprattutto gli abitanti dei Paesi più in basso nella lista.

Ma torniamo alla dipendenza, ossia al bisogno di disporre di un flusso costante di combustibili fossili, che è il problema oggi acutizzato dalle tragiche vicende del Golfo Persico. Anche se siamo tutti informati della riduzione – pari a circa il 20% – della disponibilità di petrolio causata dalla chiusura dello stretto di Hormuz, tutti tendiamo a continuare a consumarne come sempre, con il risultato di una forte impennata dei prezzi. E così sia i Paesi produttori di petrolio non direttamente coinvolti (tra cui la Russia, la Norvegia…), sia le compagnie petrolifere, si sono visti piovere addosso decine di miliardi di dollari di maggiori incassi (per le sole compagnie mayor, ossia le più grandi, si stimano 63 miliardi di dollari di profitti in più nel 2026).

L’altro lato della medaglia è la pesante “tassa” pagata da noi acquirenti, con effetti particolarmente pesanti per i soggetti più esposti: famiglie a basso reddito con consumi difficilmente riducibili e le piccole e medie imprese energivore (industriali, agricole e di trasporto). Inevitabili conseguenze sono un rallentamento dell’attività produttiva (una “stagnazione”, se non proprio una recessione) e un trasferimento dei maggiori costi sui prezzi dei prodotti (inflazione), una sgradita combinazione che già al tempo delle crisi petrolifere degli anni ’70 era stata definita “stag-flazione”; e che sarà tanto più ampia quanto più lenta sarà la ripresa delle forniture, che richiede non solo la riapertura dello stretto, ma anche il ripristino degli impianti danneggiati.

Quali misure economiche si possono prendere nell’immediato? La prima a cui tutti pensiamo, perché alleggerisce il peso sui consumatori di carburanti (ma lo mette a carico della finanza pubblica), è una riduzione delle accise (tasse) che gravano su questi prodotti. Così si sono regolati, in questa e in precedenti circostanze, il governo italiano e altri governi europei. Il problema è che così viene meno il segnale di scarsità rappresentato dal prezzo e quindi anche la spinta a ridurre il chilometraggio percorso, evitando gli spostamenti meno importanti.

Una misura molto conveniente, ma difficile da realizzare, sarebbe un meccanismo di razionamento del consumo concordato a livello internazionale e poi implementato a livello di ciascun Paese: togliendo domanda dal mercato si potrebbe evitare l’aumento dei prezzi, e quindi l’enorme trasferimento di ricchezza verso i produttori e le compagnie petrolifere, a spese sia dei privati che delle finanze pubbliche. Non disperiamo che in un futuro di ritrovata concordia internazionale uno schema del genere possa essere predisposto e tenuto pronto per i momenti di emergenza.

In un orizzonte più lungo, invece, l’ennesima guerra del Golfo rende evidente l’importanza strategica di ridurre la dipendenza da combustibili provenienti da zone lontane, che è una seconda seria ragione, a fianco di quella ambientale, per realizzare davvero una decisa transizione alle energie rinnovabili. E anche, oserò dirlo nonostante nel dibattito sia considerato un tabù, per promuovere l’unica fonte davvero pulita per bilanciare domanda e offerta di energia: il risparmio! E non solo con azioni spontanee suggerite dalla sensibilità individuale, ma anche ridisegnando le attività produttive e l’organizzazione della vita sociale in modo da averne meno bisogno. È possibile. Dovremo arrivarci. Cerchiamo di farlo presto.

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