Mentre si recava al Santo Sepolcro in compagnia del custode di Terrasanta, padre Ielpo, il patriarca cattolico di Gerusalemme, il cardinale Pizzaballa, è stato fermato per strada dalla polizia israeliana. I poliziotti lo hanno avvertito che non poteva recarsi al Santo Sepolcro per celebrare la messa della Domenica delle Palme. È interessante leggere questo episodio alla luce delle parole di giustificazione dell’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, che è stato convocato alla Farnesina dal ministro Tajani. A parte le “questioni di sicurezza” che avrebbero indotto la polizia a bloccare per strada (e sottolineo per strada) il patriarca e il custode, la frase dell’ambasciatore che fa pensare è: «Il patriarca era stato informato, ma nonostante ciò ha deciso di non rispettare la nostra richiesta e di recarsi lì». A parte l’impressione della solita manipolazione della notizia (il cardinale, a suo stesso dire, sapeva e aveva accettato diverse altre limitazioni, ma non questa), ciò che l’ambasciatore suggerisce è che la colpa non è della polizia ma del patriarca. E l’altra affermazione di Peled, quella che più sconcerta proprio per chi la sostiene, è: «La sicurezza delle vite umane viene prima della libertà di culto». La sicurezza di quali vite umane dopo i civili morti a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e in Iran?
Ben oltre le scuse per l’episodio di Domenica delle Palme da parte del presidente Herzog, e più tardi di Netanyahu stesso, che non si tratti solo di un “episodio” dettato dall’attuale guerra contro l’Iran e ai missili iraniani su Gerusalemme, c’è per esempio la testimonianza di un articolo scritto da una giornalista palestinese che vive a Ramallah, Fayha’ Shalash, risalente a gennaio 2026, pubblicato su The Palestine Chronicle (ripreso in italiano dal sito palestinaculturaliberta.org). Quindi oltre un mese prima dell’inizio della guerra contro l’Iran. Scriveva fra l’altro la giornalista palestinese a fine gennaio: «Mentre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu afferma di proteggere i diritti delle minoranze, le politiche messe in atto continuano a mettere in luce una serie di restrizioni e violazioni che colpiscono la libertà religiosa dei cristiani e la loro presenza storica nella città. Tali pratiche includono l’imposizione di restrizioni all’accesso ai luoghi sacri, soprattutto durante le festività religiose, e ripetuti attacchi da parte di estremisti contro il clero e le proprietà della chiesa, oltre a politiche immobiliari e fiscali che prendono di mira le fondazioni e le istituzioni Cristiane».
L’articolo di Fayha’ Shalash, inoltre, metteva in luce un problema che era già emerso a gennaio, ma che in questi giorni è diventato di drammatica attualità.
L’episodio capitato al patriarca Pizzaballa il 29 marzo assume un significato ben maggiore se si considera che avviene pochi giorni dopo un altro, forse meno eclatante, che tocca però, anche questo da vicino, il patriarcato cattolico di Gerusalemme. Il 10 marzo scorso, il Ministero dell’Istruzione israeliano ha inviato una lettera ai presidi delle istituzioni scolastiche cristiane di Gerusalemme: la comunicazione avvertiva che dal prossimo anno accademico 2026-2027 verranno autorizzati solo insegnanti residenti in città e in possesso di lauree israeliane. Che tradotto significa: non sono ammessi palestinesi e le lauree ottenute in Cisgiordania non sono più accettate in Israele.
La conseguenza immediata è che una delle poche categorie di palestinesi dei Territori in grado di ricevere uno stipendio, gli insegnanti, resta a casa. Nello specifico, circa 230 insegnanti cristiani di Betlemme e Gerusalemme Est non potranno più lavorare: o perché non hanno la laurea israeliana o perché non hanno il permesso di “uscire” dalla Cisgiordania. Non solo: sarà difficile, anzi impossibile, trovare in loco altri insegnanti, “rispondenti” ai criteri stabiliti dal Ministero, per coprire i posti di insegnamento delle 15 scuole cristiane di Gerusalemme, frequentate da circa 12 mila ragazzi, cristiani e musulmani.
A gennaio uno sciopero di protesta delle scuole cristiane per i permessi negati agli insegnanti fece desistere la polizia che prorogò i permessi. Ma già allora la giornalista palestinese denunciava che «queste restrizioni non si limitano ai permessi o alle sole scuole cristiane. Le autorità israeliane ostacolano da tempo l’istruzione in città attraverso molteplici meccanismi, in particolare impedendo la creazione di nuove aule, effettuando frequenti incursioni nelle scuole, arrestando e perquisendo studenti e insegnanti, chiudendo alcune scuole con vari pretesti e impedendo la ristrutturazione dei loro edifici».
La presa di posizione del Ministero dell’Istruzione israeliano, quella del 10 marzo 2026, scaturisce dall’entrata in vigore di una legge presentata dalla Commissione Istruzione della Knesset (il Parlamento israeliano) e approvata nel luglio 2025: una legge che considera non validi in Israele i titoli di studio conseguiti in Cisgiordania ed a Gerusalemme Est, sostenendo che tali titoli non soddisfano i requisiti accademici per l’insegnamento. La legge, promossa dai deputati del Likud (il partito di Netanyahu) Amit Halevi e Avichay Boaron, è stata approvata in sede di Commissione Istruzione con 31 voti a favore e 10 contrari. Quale sia lo spirito della legge si comprende meglio considerando il pensiero esplicito dei due proponenti.
Avichay Boaron è stato il principale promotore della “Legge sugli insegnanti” che impedisce agli insegnanti con titoli accademici conseguiti presso istituzioni dell’Autorità Palestinese di insegnare in Israele. «Ci sono 6.720 insegnanti a Gerusalemme Est che istruiscono circa 110.000 studenti. Di questi insegnanti, 4.000 hanno studiato nelle università dell’Autorità Palestinese. Non si può provenire da un’istituzione jihadista e fondamentalista», avrebbe affermato Boaron.
E Amit Halevi avrebbe scritto su Facebook a dicembre 2024 che «esistono solo due tipi di palestinesi: i palestinesi che sostengono l’educazione nazista di Hamas e i palestinesi che servono da scudi umani per loro. Possiamo e dobbiamo bombardare entrambi».
Chiedo scusa se non mi indigno, ma a queste posizioni intransigenti preferisco comunque le parole che papa Leone XIV ha rivolto domenica all’Angelus ai cristiani del Medio Oriente «che soffrono le conseguenze di un conflitto atroce e in molti casi non possono vivere pienamente i riti di questi giorni santi». Il papa ha ricordato quanti, «proprio mentre la Chiesa contempla il mistero della passione del Signore, oggi partecipano in modo reale alla sua sofferenza. La loro prova interpella la coscienza di tutti».
