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In profondità > Chiesa

La poligamia, una sfida pastorale

di Vittoria Terenzi

- Fonte: Città Nuova

Secondo il rapporto finale della commissione SCEAM «la poligamia è una forma di schiavitù delle donne e, di conseguenza, ha un
carattere profondamente immorale»

Foto Pexels

La poligamia è una sfida pastorale che, soprattutto negli ultimi anni, ha interpellato la Chiesa sinodale. Si tratta di una realtà presente in diverse parti del mondo ma particolarmente visibile in Africa e radicata nel suo contesto culturale, antropologico e teologico. La riflessione su questo tema è entrata a far parte di uno dei dieci gruppi di studio istituiti da papa Francesco nel 2024 durante il Sinodo sulla sinodalità. Questo impegno, si legge in una nota della Segreteria del sinodo, «testimonia il cammino sinodale della Chiesa: una Chiesa che ascolta, che discerne, che accompagna e che, radicata nel Vangelo, non cessa di farsi prossima a ogni uomo e donna rispondendo alle sfide del nostro tempo».

Dopo circa due anni di approfondimento, ricerca, confronto con esperti e istituzioni, i gruppi stanno ultimando i loro lavori e, come richiesto da papa Leone XIV, una volta consegnati alla Segreteria del sinodo, i rapporti finali vengono resi pubblici in «spirito di trasparenza».

Nei giorni scorsi è stato reso noto il rapporto finale della commissione SCEAM (Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar) su La sfida pastorale della poligamia, la cui riflessione prende l’avvio dalle radici della poligamia, dalla centralità attribuita alla famiglia e dall’inestimabile valore assegnato alla vita dei figli, considerati «una benedizione divina».

In ascolto dell’esperienza biblica, spiega una nota della Segreteria del sinodo, i membri del gruppo di studio hanno evidenziato come la poligamia, «tollerata nell’Antico Testamento» sia «progressivamente superata dalla rivelazione neotestamentaria, nella quale Gesù — richiamandosi al disegno originario del Creatore — afferma con chiarezza l’unità e l’indissolubilità del matrimonio». Il documento, spiega la nota, «ribadisce con fermezza la dottrina della Chiesa: il matrimonio cristiano è monogamico per natura teologica e non per imposizione culturale».

Il membri del Simposio delle Conferenze Episcopali d’Africa e Madagascar invitano, dunque, a «promuovere la dimensione monogamica del matrimonio aprendo all’insegnamento delle Scritture sull’unicità e l’indissolubilità del matrimonio» e sottolineano l’importanza di «privilegiare una preparazione paziente ed esigente, orientata verso un impegno concreto a favore del matrimonio monogamico prima del ricevimento del battesimo». Non si tratta di un rifiuto o di una stigmatizzazione, ma di un accompagnamento pastorale che conduca i catecumeni verso una autentica conversione e una «piena integrazione sacramentale».

Il documento, poi, evidenzia alcune pratiche pastorali messe in atto nell’attuale contesto africano per affrontare le situazioni di poligamia: in alcuni casi, si chiede alla persona poligama che desidera accedere ai sacramenti di scegliere una sola moglie, garantendo però sostegno alle altre donne e ai loro figli. In altri casi, viene istituito un «catecumenato permanente»: si accoglie, cioè, la persona nella comunità ma senza che abbia accesso ai sacramenti. Altre volte, «la prima moglie viene battezzata quando è considerata vittima di un’unione poligama subita». Infine, nei casi in cui ci siano «unioni multiple non ufficializzate», si propone un accompagnamento specifico, che spesso è incentrato sulla donna e sui figli.

Emerge, quindi, anche una riflessione sulla dignità della donna, posta al centro della pastorale che ha come fondamento le Sacre Scritture nelle quali viene «chiaramente» affermata «l’uguale dignità dell’uomo e della donna davanti a Dio». La poligamia viene, pertanto, considerata «una forma di schiavitù delle donne» e, di conseguenza, «ha un carattere profondamente immorale».

Al termine della riflessione, si auspica che venga messa in atto una «pastorale di prossimità» fatta di vicinanza, ascolto, accoglienza e rispetto dei percorsi di ogni persona che permetterà di instaurare un dialogo nella verità e nella carità, per far scoprire «l’amore infinito di Dio manifestato in Cristo Gesù, che «non è venuto per giudicare gli uomini, ma perché, attraverso di Lui, gli uomini fossero salvati».

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