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Mondo > Esteri

Pakistan: la schiavitù per debito

di Daniela Bignone

- Fonte: Città Nuova

Daniela Bignone, autore di Città Nuova

In Pakistan è in uso da molto tempo una discriminazione che colpisce soprattutto le minoranze religiose – cristiani e indù – ma anche le fasce più povere della popolazione pakistana. È la “schiavitù per debito”. Si chiama “peshgi” e arriva a coinvolgere almeno 2 milioni di persone

Spin Boldak, Afghanistan. Foto: EPA/Qudratullah Razwan – ANSA

Dopo la morte del marito, Nazeeran Bibi, donna di un villaggio nel cuore del Pakistan rurale, per crescere il piccolo Amir chiede un prestito al proprietario di una fabbrica di mattoni. Per estinguere il debito, nonostante abbia problemi di salute, Nazeeran è costretta a lavorare anche 12 ore al giorno. Ma le spese per il sostentamento alimentano il debito e gli interessi e presto anche il figlio si ritrova schiavo del sistema. Nel Paese vige, infatti, il centenario sistema peshgi (pagamento in anticipo), secondo il quale ad un nuovo dipendente viene dato del denaro per permettergli di affrontare le spese iniziali di adattamento alla nuova situazione. In realtà la restituzione del debito è calcolata in modo disonesto e diventa il primo anello di una catena che porta alla schiavitù e spesso alla violenza.

Questo sistema è nato al tempo della divisione del Pakistan dall’India, quando la lottizzazione – seguita all’abbandono delle terre degli indù che migravano in India – aveva ridotto il bisogno di coltivatori. I contadini poveri si vendevano così ai proprietari terrieri delle fornaci, indebitandosi con loro. Il peshgi è stato definito come un “feudalesimo tradotto in produzione capitalistica a breve termine”. I tentativi di rivolta, con la fondazione di un sindacato dei mattonai, sono stati repressi dal governo e le leggi varate per abolire la schiavitù da debito restano inapplicate, non potendo contare su onesti ed efficienti sistemi giudiziari e di polizia.

Spesso sono proprio i bambini a contribuire in questo modo al sostentamento della famiglia. Il lavoro minorile nelle fabbriche di mattoni, in condizioni pesanti e con il caldo opprimente delle spoglie pianure del nord, si delinea come una forma di “schiavitù” tipica delle zone rurali. L’Indice della schiavitù globale, citato nel Rapporto del programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, che classifica il livello di condizioni di schiavitù nelle nazioni del mondo, pone il Pakistan al 6° posto.

Ciò che salva i nuclei famigliari dalla rovina completa sono i legami di sangue e la protezione della famiglia allargata. «In un mondo di questo genere le relazioni personali diventano cruciali. Sono la tua difesa e la tua vita: è grazie a esse se puoi contare su un futuro e su una certa sicurezza. In Pakistan, soprattutto nelle aree rurali, tali relazioni sono tutto». La storia di Nazeeran ha un epilogo positivo per l’intervento di un attivista sociale, il cristiano Rojar Randhawa, che ha gestito la liberazione di Nazeeran e Amir, segnata da passaggi delicati perché gli schiavi diventano proprietà del padrone. Il recupero, psicologico ed emotivo, va seguito con accortezza così come la ricostruzione di una vita che non aveva più casa, risparmi e lavoro. Un piccolo carretto di frutta e verdura per dare la possibilità di una entrata ad Amir, fattosi ormai ventenne, e l’aiuto per pagare l’affitto sono stati i primi passi per accompagnare questa famiglia nella ritrovata libertà.

Asia News, l’Agenzia di informazione dei missionari del Pime che “racconta l’Asia a 360 gradi”, ha reso nota questa storia. Una storia emblematica. Storia particolarmente rappresentativa di un mondo sommerso che le più accurate statistiche non riescono a quantificare. Esempio di come un impegno che parte dal basso possa segnare un cambiamento significativo. Testimonianza del valore della comunità che, in questo caso, si è attivata anche con “la compassione e la generosità di persone che si sono fatte avanti per aiutare una donna che non avevano mai incontrato”. Storia che Asia News ha giustamente titolato Nazeeran e Amir, da schiavi del lavoro forzato a testimoni di speranza.

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