Zucchero: un volo radente

Come possiamo volare come aquile se siamo contornati da tacchini… . È lo slogan che accompagna il ritorno discografico dell’Adelmo nazionale. E chissà se sarebbe piaciuto ad Anthony De Mello, noto alfiere dell’ottimismo sincretista, qui allegramente parafrasato. Erano cinque anni che il rocker di Sarzana non si riaffacciava sui mercati con un album di inediti. Un’eternità per i ritmi isterici del music-business, ma che il nostro può tranquillamente eludere forte di una popolarità così solida da non necessitare di conferme o rinforzini di sorta: anche grazie a una certa credibilità concessa dagli schizzinosi mercati anglo- statunitensi (conquistati in verità più che per meriti propri, usando come grimaldello una vagonata di blasonati colleghi con cui da anni ama furbescamente duettare). Fly (Universal) ribadisce pregi e difetti antichi: una produzione sontuosa e cosmopolita che fa risplendere al meglio la sua piacente ipotesi di soul all’italiana, e testi di ormai proverbiale inconsistenza. D’altronde i suoi modelli di riferimento non hanno mai badato a quali parole metter sotto le note. Così, sospeso tra il verde della sua Lunigiana e il sole di California dove l’album è stato realizzato, le nuove canzoni ammaliano ed evaporano tra melanconie più o meno autobiografiche, sentimentalismi vari, e poesiole da sms. Niente di che insomma, ma come tutti i dischi di Zucchero anche questo irradia suoni di gran classe, in quel mix ormai perfettamente calibrato fra estroversioni funkeggianti o latine (Bacco Perbacco e Cuba Libre), ballatone micionesche (la suadente Occhi, È delicato scritta con Fossati, Troppa Fedeltà, firmata con Jovanotti), riverberi gospel (Let it shine dedicata alla New Orleans devastata dall’uragano Katrina). Un album di mestiere, ma irrorato di passione: non quella selvaggia e istintiva dei creativi puri si badi, ma quella finalizzata a suscitare emozioni semplici ed immediate. Tanto che è fin troppo facile accostare Zucchero alla generazione dei narratori contemporanei di successo -leggi i vari Baricco, Ammaniti o Pulsatilla- talentuosi palombari di superficie, del tutto disinteressati (o incapaci?) a prospettive verticali di sorta, siano esse abissali o d’alta quota. Per questo l’aura ottimista e speranzosa che irradia buona parte dell’album suona un po’ troppo facilona e forzata per risultare davvero plausibile. Ed è proprio questo il vero limite di un’opera per altro gradevole assai. Undici brani costruiti su misura per essere ascoltati per radio o cantati all’unisono in quel rito pagano, liberatorio e/o d’evasione che sono i concerti delle pop-star. Chi alle canzoni chiede anche spunti di riflessione, rappresentazioni artistiche della realtà, o semplici catalizzatori di sogni, farà bene a rivolgersi altrove. CD Novità Frank Black un volo radente Fast Man Raider Man Cooking Vinyl Californiano trapiantato a New York, già leader di Pixies (una delle icone dello sperimentalismo rockettaro dei tardi anni Ottanta), Mr. Black insiste sulla sua personalissima rilettura degli stilemi del country e del rock-revival intrapresa dal precedente Honeycomb. Doppio cd per ventisette canzoni minimaliste ma terribilmente intriganti. Gianmaria Testa Da questa parte del mare (Edel) Tra Conte, Fossati e De Andrè, il ferroviere-cantautore cuneese canta l’immigrazione in un concept-album che riverbera emozioni affratellabili a quelle di Crialese e di Nuovomondo. Un album rigoroso, coraggiosamente scarno, struggente: per ribadire che ognuno è l’America – o il Meridione… – di qualcun altro.

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