Vocazioni imprenditoriali

La visione di Chiesa che offre il Concilio Vaticano II invita ad avere una concezione ampia della missione del popolo di Dio, non fissata alla sola dimensione religiosa, ma aperta sui diversi ambiti della vita umana con tutti i fedeli in prima fila. Esistono autentiche vocazioni che si presentano in veste prettamente laicale e che vanno scoperte, sostenute e promosse. Ne parla questa testimonianza di due componenti della commissione internazionale dell’Economia di Comunione (EdC), iniziativa che si colloca nello spettro più largo di una visione e di una prassi dell’economia che, nel locale come su scala più vasta, intendono porsi al servizio dell’incontro e della comunione fra le persone. 

Esistono tanti tipi di vocazioni. Tra quelle in ambito civile, c’è la vocazione imprenditoriale, la vocazione a intraprendere qualcosa per gli altri, per la società, a far nascere un’impresa per costruire qualcosa e per realizzare un progetto.

Una giovane raccontava che per dieci anni aveva girato diversi conventi per trovare il suo posto al mondo, certa di essere chiamata a dare la sua vita a Dio. Tornata a casa, entra a sostituire temporaneamente il padre nell’impresa famigliare e capisce: «Questo è il luogo dove posso dare la mia vita per l’umanità. Qui era la mia vocazione, il luogo per la mia consacrazione».

Un imprenditore ci confidava: «Volevo scrivere una storia. Non sapevo scrivere. Ho fatto un’impresa». Come l’artista, la sua opera è il suo modo di parlare, cioè di dare e dire al mondo cosa ha dentro, ed è l’unica cosa che vale ai suoi occhi. Gli uomini e le donne parlano in molti modi, la voce e la penna sono troppo poco: si può parlare tacendo, e si parla facendo un’impresa: scarpe, computer, cemento, automobili, dando vita a cooperative e Ong.

Ripensare il concetto di «imprenditore»

Come tante altre vocazioni, anche quella imprenditoriale è poco capita. Non si diventa imprenditore per fare soldi, o per avere successo. Anzi, chi vuole queste cose in genere rivela di non essere un imprenditore (magari uno speculatore). Il giovane imprenditore sa che dovrà dare tanto, per moltissimi anni, senza nessuna sicurezza che il successo arrivi. Potrebbe anche perdere tutto. Lo fa perché crede che ha qualcosa da dare in questo mondo e sente che lo deve fare. Non potrebbe non farlo. Sarebbe questo il vero fallimento. Chi conosce la grammatica delle vocazioni sa che sono questi gli elementi di ogni vocazione: nella vita spirituale, nell’arte, ed anche in economia.

Molte volte non sa neanche di preciso cosa deve fare né come realizzarlo. Ma deve iniziare, lanciarsi, perché essere imprenditore può essere una vocazione, cioè rispondere a una voce che chiama dentro. Per anni dovrà investire tutto sé stesso, dedicare ore infinite, spesso a scapito della propria vita sociale e famigliare. Vi consacrerà le sue migliori energie e tutte le sue risorse economiche, mettendosi sulle spalle anche debiti importanti, col rischio di rimanervi schiacciato se fallisce. Probabilmente non riuscirà a pagarsi uno stipendio per mesi o anni, e forse creerà posti di lavoro per altri prima di pagare correttamente se stesso. Lotta perché è spinto a creare qualcosa, perché sente una vocazione di “creatore”.

Dimensione esterna: trasformare sogni in risposte a bi-sogni

È una vocazione che, come anche altre, ha una dimensione esterna e una interna. Fuori, il suo campo di donazione è il mondo, il mercato, con i suoi tanti bisogni. L’imprenditore, soprattutto l’imprenditore di comunione, per il dono che ha di uno sguardo diverso sul mercato, invece di considerarlo come un campo di battaglia dove il più forte vince facendo sparire i più deboli, guarda il mercato come uno spazio immenso di scambio, di possibile reciprocità, con miriadi di opportunità di collaborare per produrre beni e bene insieme. Vede ogni persona che incontra come un potenziale partner, qualcuno con cui crescere insieme. Non soddisfa soltanto bisogni che già esistevano (questa visione è astratta e quindi statica): sa vedere bisogni che ancora non ci sono, sa trasformare sogni in bisogni. «Se avessi chiesto agli americani quale era il loro bisogno di trasporto – diceva Herny Ford – mi avrebbero risposto: una carrozza più veloce». L’automobile, infatti, non c’era ancora e non poteva essere tra i bisogni. Ma lui l’aveva sognata prima. Gli imprenditori, quindi, sanno cambiare il mondo perché prima lo immaginano, lo sognano diversamente, poi, qualche volta, riescono a farlo davvero. Naturalmente, c’è qui pure il rischio della manipolazione di bisogni inesistenti o la creazione di falsi bisogni, ma sta qui anche la bellezza della vita, della libertà e della democrazia.

L’imprenditore è dunque un esploratore, n pripista, qualcuno che di fronte alle difficoltà inventa nuove vie per risolvere i problemi e offrire soluzioni a chi ne ha bisogno oggi, o ne avrà domani. Questa è la sua passione: andare incontro ai bisogni e offrire risposte nuove e belle. Perché l’imprenditore, ome gni lavoratore, si dà per fare cose belle, e per farle bene. Questa è la sua principale gioia, ciò che egli ha da offrire. Scriveva l’economista italiano (e presidente della Repubblica) Luigi Einaudi: «Migliaia, milioni di individui lavorano, producono e risparmiano nonostante tutto quello che noi possiamo inventare per molestarli, incepparli, scoraggiarli. È la vocazione naturale che li spinge; non soltanto la sete di denaro. Il gusto, l’orgoglio di vedere la propria azienda prosperare, acquistare credito, ispirare fiducia a clientele sempre più vaste, ampliare gli impianti, abbellire le sedi, costituiscono una molla di progresso altrettanto potente che il guadagno. Se così non fosse, non si spiegherebbe come ci siano imprenditori che nella propria azienda prodigano tutte le loro energie e investono tutti i loro capitali per ritrarre spesso utili di gran lunga più modesti di quelli che potrebbero sicuramente e comodamente con altri impieghi». Vocazione, appunto.

Dimensione interna: avventura collettiva dalle radici profonde

Dentro, a orza itale dell’imprenditore è forza generativa, quella stessa che lo porta a crearsi una famiglia, una comunità con la quale condividere e realizzare il suo sogno. Questa fecondità è anche, come ogni forma di paternità, una responsabilità grande e a volte pesante. E ne fa l’esperienza ogni giorno, quando cresce la sua impresa, e quando va in crisi. Non è facile gestire quotidianamente un corpo così variegato, anche perché più ciascuno dona di sé, attratto da un progetto aziendale che ne vale la pena, più alte sono le aspettative in ritorno.

L’imprenditore è costretto ad affrontare continuamente nuove sfide, con i suoi lavoratori, con i suoi clienti e fornitori, con i suoi concorrenti, con i suoi innumerevoli partner, perché un’impresa è sempre un’avventura collettiva. E l’imprenditore dipende da tutti, dipende dalla buona volontà dei suoi dipendenti, di tutti quanti collaborano in un modo o l’altro al progetto. Ma poi è ritenuto il solo responsabile in caso di difficoltà, anche perché noi stessi sbagliamo a non considerarci tutti responsabili di avventure così collettive e indirizzate al bene comune.

Continuamente di fronte alla responsabilità pur nell’impotenza, di fronte al rischio e all’incognito ma con la necessità di dover decidere e agire, l’imprenditore è uno/una che ha imparato sulla sua pelle a stare in piedi nel vuoto e nel buio, a continuare a crederci quando gli altri hanno smesso di farlo, a fidarsi di loro nel perpetuo cambiamento. Questo lo rende la punta avanzata di un corpo che conta su di lui e da lui aspetta tanto. Mentre lui, tante volte, vive dentro l’abbandono e la notte. Anche per questo, queste vocazioni hanno bisogno che li sosteniamo con la nostra stima e con la nostra gratitudine, che si preghi per loro. Perché possano continuare a dare, nonostante tutto.

Incubatori d’impresa:
l’esperienza degli StartUp Lab

Proprio perché si intuisce che è una vocazione molto radicale ed esigente, sono poche le vocazioni, o almeno quelli che osano lanciarsi e seguire la loro chiamata. Anche se – lo si percepisce in ogni incontro con i giovani – molti avrebbero dentro il desiderio di suscitare imprese nuove, più sociali, più civili, più solidali, più rispettose dell’ambiente e degli esseri umani. Il mondo offre loro ancora troppi pochi esempi di chi ci ha creduto e l’ha fatto davvero, ma se ascoltassero il loro cuore, pensiamo che molti giovani vorrebbero contribuire a creare imprese per un’economia più civile, orientata alla comunione. Dobbiamo offrire loro gli spazi per far sbocciare queste vocazioni.

Questo sono i cosiddetti “incubatori”: spazi di accoglienza e di accompagnamento delle vocazioni imprenditoriali, per sostenerle in tutto il processo fino alla nascita dell’impresa e preparare adeguatamente gli aspiranti imprenditori perché l’impresa possa sopravvivere nei primi anni più delicati. Anche l’Economia di comunione ha voluto suscitare una rete internazionale di sostegno ll’imprenditorialità, l’EoC-iin (Economy of Comunion International Incubating Network), che ha già 12 Hub locali nel mondo1.

Uno dei primi eventi internazionali organizzati dall’EoC-iin è stato il primo StartUp Lab per l’Africa nel giugno 2017, che ha accolto a Fontem, in mezzo alla magnifica foresta equatoriale del Camerun, una trentina di giovani imprenditori di tutta l’Africa, desiderosi di formarsi all’imprenditorialità nello spirito dell’Economia di comunione. Una settimana molto intensa di lavoro e di creatività, col sostegno di un gruppo di imprenditori di vari Paesi africani e oltre, che non solo ha stimolato ogni singolo progetto, ma ha anche fatto nascere una rete di “punti di contatto EoC-iin” in tutta l’Africa, per non lasciare nessuno di loro solo di fronte alle difficoltà che inevitabilmente si presenteranno. E per la “legge di reciprocità” insita nell’Economia di comunione, dopo aver tanto ricevuto, i giovani presenti hanno voluto impegnarsi ad accompagnare altri loro compagni in questa stessa avventura. Già hanno riprodotto l’iniziativa in alcuni Paesi. Ormai si sta preparando l’edizione 2018 della StartUp Lab che sarà a Parigi, una Accelerating StartUp Lab per i giovani imprenditori europei già lanciati.

L’accompagnamento: uno scambio
tra generazioni

Attorno ai giovani si sta creando poco a poco una rete di imprenditori desiderosi di accompagnare queste vocazioni, di sostenerli e di condividere con loro le gioie e le sofferenze del percorso, da fratelli maggiori che camminano mano nella mano con gli ultimi arrivati. Uno scambio tra generazioni che si sta rivelando molto fecondo, ad esempio in Argentina, dove da vari anni gli imprenditori dell’Economia di comunione seguono fedelmente i giovani che hanno partecipato alle scuole EdC. Hanno avuto la gioia di veder fiorire tra loro tante vocazioni e stanno generando nuove leve che ormai si sono unite ai pionieri per diffondere unitamente l’Economia di comunione.

Le vocazioni si sviluppano se accompagnate bene. Questo è un compito di tutti, perché di imprenditori appassionati e, persino, “santi” ne abbiamo tutti bisogno, se vogliamo un’economia di comunione.

Ovviamente, non tutti gli imprenditori che oggi operano nelle nostre economie hanno avuto una autentica vocazione imprenditoriale. Ci sono alcuni che hanno iniziato per caso, per cogliere un’opportunità. Altri, strada facendo, hanno perso lo spirito dell’impresa come servizio. Altri ancora sono diventati imprenditori senza una particolare chiamata ma “solo” per amore dei loro genitori che non volevano far morire l’impresa famigliare e poi, facendo gli imprenditori per necessità, lo sono anche diventati per passione: la vita è piena di sorprese, di eventi che ci “chiamano” quando vi siamo già dentro. Altri, forse pochi, ma più numerosi di quanto pensiamo, iniziano a fare l’imprenditore perché ascoltano una voce dentro che li chiama, perché sentono che per quell’impresa non passa solo un lavoro ma ci passa il loro posto al mondo. Anche nell’economia ci sono vocazioni; sta a noi imparare a riconoscerle, a incoraggiarle e a ringraziare Dio.

1)  Cf. www.eoc-iin.org.

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