Nell’intervista ad Egidia Beretta che uscirà sulla rivista di giugno di Città Nuova, la madre di Vittorio Arrigoni ci ha raccontato che il figlio riuscì ad arrivare via mare a Gaza nel 2008 assieme ad un rabbino e a una suora cattolica riuscendo ad aggirare lo sbarramento della marina israeliana.
Vittorio è stato un attivista per i diritti umani che non poteva accettare ogni tipo di ingiustizia e si poneva dalla parte degli oppressi in modo nonviolento pur avendo un carattere deciso. Una scelta che, ci ha detto la madre, sorprese i familiari che conoscevano il suo carattere combattivo.
L’atto della disobbedienza civile è capace di mostrare nella sua nudità il volto osceno della violenza, inducendo un cambiamento nell’opinione pubblica e agendo in profondità anche in chi esercita o tollera un esercizio ingiusto del potere.
È una scelta di vita rigorosa che va incontro a seri pericoli. Arrigoni fino agli ultimi istanti della sua giovane vita ci ha invitati a “restare umani”, fino a quando è stato poi ucciso in circostanze che restano oscure. È stata l’unica voce capace di testimoniare cosa accadeva in quella Striscia di Gaza durante l’operazione “Piombo fuso” del 2009.
Sono centinaia i giornalisti palestinesi rimasti uccisi in quello stesso territorio nell’atto di raccontare la carneficina in atto contro la popolazione civile dopo l’eccidio perpetrato da Hamas il 7 ottobre 2023. Cronache e immagini silenziate dalla stampa predominante nei Paesi occidentali, con qualche eccezione, ma accessibili ad esempio sui canali di Al Jazeera e soprattutto sui social, da parte dei giovani che attingono direttamente alla fonte senza intermediazioni del tg della sera che filtra e seleziona l’importanza delle notizie nel calderone delle agenzie principali che orientano il mondo dell’informazione.

Bombardamenti su Gaza Ansa EPA/HAITHAM IMAD
Per una parte della popolazione l’atto del conoscere genera la necessità di non poter restare indifferenti. Si spiega così la vasta mobilitazione che ha riempito le piazze e continua ad accompagnare le imbarcazioni delle diverse Flotille che continuano a partire verso Gaza nonostante la certezza di incontrare in mare lo sbarramento delle forze armate di Tel Aviv che agiscono liberamente anche nelle acque internazionali sequestrando interi equipaggi di imbarcazioni di altri Paesi.
Antonio Mazzeo, nell’intervista che ci ha rilasciato, ha riferito dell’esperienza provata al momento del suo arresto a bordo della Freedom Flotilla e di come lo abbiano colpito, in particolare, gli occhi dei ragazzi in divisa e con il volto coperto. Sguardi non diversi da quelli degli studenti che incontra ogni giorno come insegnante, chiedendosi la radice di tale obbedienza verso la logica della guerra che conduce a strade senza ritorno.
La protervia esibita dal ministro Ben Gvir verso gli ostaggi della Flotilla, umiliati e offesi nella loro dignità, ha alla fine suscitato una reazione anche nei governanti italiani grazie anche allo sdegno manifestato per primo dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha parlato di trattamento incivile verso “persone fermate in acque internazionali”.

Benjamin Netanyahu e Itamar Ben Gvir ANSA EPA/ABIR SULTAN
Grazie a tali pressioni gli ostaggi sono in via di liberazione e ritorno a casa, con le ferite impresse nella carne e nell’animo. Ma il problema che non si può aggirare resta quello delle scelte politiche che vanno compiute per cercare di far cessare l’abominio che si consuma da tempo verso la popolazione palestinese oltre i 70 mila morti conteggiati a Gaza.
È quello che hanno chiesto da tempo al governo Meloni con chiarezza oltre 400 diplomatici con un appello che ha ricevuto on line più di 80 mila adesioni.
«Dinanzi al ripetersi di eccidi e massacri di civili, chiediamo al Governo di adottare comportamenti conseguenti, in particolare i seguenti:
- sospendere ogni rapporto e cooperazione, di qualunque natura, nel settore militare e della difesa con Israele;
- sostenere in sede UE e nazionale ogni iniziativa che preveda sanzioni individuali (restrizioni agli spostamenti internazionali e congelamento delle attività economico-finanziare e dei patrimoni) nei confronti dei ministri israeliani – come Smotrich e Ben G’vir – che incoraggiano e appoggiano il moltiplicarsi degli insediamenti illegali e le violenze dei coloni in Cisgiordania;
- unirsi al consenso europeo per la sospensione temporanea dell’Accordo di associazione tra Israele e l’Unione Europea».
Il governo italiano ha bloccato il rinnovo automatico del memorandum bilaterale sulla difesa con Israele, ma, di fatto, assieme alla Germania si è opposto alla proposta di Spagna, Irlanda e Slovenia di sospendere l’Accordo di associazione Ue-Israele per i “presunti” crimini di guerra in atto in Libano e Palestina
La riunione del 10 maggio del Consiglio dell’Unione europea ha previsto delle sanzioni individuali solo verso alcuni coloni israeliani in Cisgiordania.
Ben Gvir ha un profilo inquietante conosciuto da tempo così come il suo collega Smotrich. Ma non è una questione di singoli quanto delle scelte del governo Netanyahu che, come ha detto Trump nel suo discorso alla Knesset, ha ricevuto dagli Usa tante armi che “ha usato molto bene”.
Una strategia che parte da lontano, seguendo un’ideologia che conduce come afferma Anna Foa al “suicidio di Israele” e a risvegliare un’ondata di antisemitismo, demone in agguato, secondo Edith Bruck, per citare due esponenti autorevoli della cultura ebraica in Italia.
Come afferma su Avvenire, Pasquale Ferrara, promotore dell’appello dei diplomatici, «sta avvenendo sotto i nostri occhi un “colpo di stato” planetario. Una forma di dominio o condominio incontrastato degli Stati fuorilegge».
Non è il tempo, tuttavia, di accettare tale logica ma di agire per «la resistenza basata sulla fermezza della nonviolenza». La cocciutaggine delle imbarcazioni che si mettono in mare nonostante tutto sono il segnale di questa reazione di un mondo che non accetta la dissoluzione di ogni regola del diritto internazionale.
Sulla scelta della nonviolenza in un mondo in guerra si parlerà in un incontro pubblico il 22 maggio con Roberto Catalano, autore di Città Nuova e conoscitore del pensiero di Gandhi.

Le domande aperte sono esigenti: La lezione del Mahatma appartiene alle utopie del secolo scorso e alla profezia separata dalla storia reale? Si può “Restare umani” come ci ha chiesto Vittorio Arrigoni senza cedere all’indifferenza alimentata da un senso prevalente di impotenza sui destini del mondo?
