La Costituzione non è altro che un pezzo di carta, se non viene vissuta e messa in pratica. Lo diceva il grande giurista Piero Calamandrei e lo spiegano nei fatti i portuali di Genova nel film documentario prodotto da Fivedabliu.it e realizzato da Simona Tarzia e Fabio Palli che è stato presentato ad Iglesias, in Sardegna, come lezione conclusiva della scuola di Primavera del dottorato nazionale di studi universitari sulla pace.
Il titolo dell’opera rimanda all’articolo 11 della Carta, al centro da tempo di una disputa interpretativa sul significato di quel “ripudio della guerra” da parte dell’Italia codificato nel testo fondativo della Repubblica.
Un’interpretazione autentica, fondata cioè sul lavoro, la offrono da tempo i portuali di Genova, del Collettivo aderente a USB, che hanno deciso di non caricare sistemi d’arma sulle navi che ad ogni ora del giorno e della notte transitano in quel nodo logistico della città marinara, come ci ha raccontato in anteprima su Città Nuova chi come Silvano Gianti aveva gli occhi per vedere i segni di novità che nascono nella realtà più difficili.
Il film è uno straordinario documento che racconta questa storia che ha radici antiche ed è collegato ad un movimento esteso in altri porti italiani, europei e del Mediterraneo.
Ne abbiamo parlato con gli autori, Simona Tarzia e Fabio Palli che cercano di dare spazio a ciò che l’informazione prevalente non riesce o non vuole dare.
Come è iniziato, per voi giornalisti di professione, il lavoro specifico nel settore dei documentari?
Abbiamo iniziato con una lunga intervista a Mimmo Lucano, sindaco di Riace, nell’anno del suo sciopero della fame. È stato illuminante perché siamo andati a raccontare fatti e sensazioni che il mainstream trascurava, probabilmente perché vincolato da esigenze politiche o “lacci e lacciuoli”. Abbiamo proseguito con un documentario sull’edilizia residenziale pubblica (ERP) a Genova, nel quartiere di Begato, che era diventato invivibile e in mano alle organizzazioni criminali. Quel lavoro, intitolato Digavox, ha portato a interventi decisivi.
Documentare non serve solo a suscitare indignazione, ma è capace di generare una capacità di reazione?
Quando un’inchiesta mette a nudo la verità, la politica non può più ignorarla senza perdere la faccia. In un sistema che preferirebbe il silenzio, il documentario diventa il megafono di chi non ha voce. Non siamo soli; i nostri lavori sono sostenuti da una rete di persone che li diffondono. Un altro lavoro importante è stato Terra a perdere. La Sardegna in guerra, sull’impatto delle basi militari nel territorio sardo sulla salute e sul territorio.
Ora abbiamo realizzato questo nuovo documentario, Articolo 11, più complesso dal punto di vista produttivo, con una sceneggiatura più strutturata, musiche originali e animazioni digitali.
Da cosa nasce l’interesse per l’esperienza dei portuali? La loro scelta di non caricare armamenti per l’Arabia Saudita è stata oggetto di indagini giudiziarie, ma è diventata un punto di riferimento fino alla Flottiglia per Gaza. Come è nato questo rapporto?
Seguiamo i ragazzi del CALP (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali) dal 2019. L’idea era unire i puntini delle nostre interviste per raccontare come i principi costituzionali possano essere messi in pratica concretamente. Il titolo Articolo 11 non è retorico: se l’Italia ripudia la guerra e le istituzioni non fanno nulla, c’è chi dal basso prova a fare qualcosa. Tutto è iniziato nel 2019, quando si sono rifiutati di caricare dei generatori destinati a Gedda, sospettando servissero per alimentare droni contro i civili. Hanno sviluppato una coscienza collettiva che rifiuta di essere complice della guerra. La cosa straordinaria è stata la partecipazione popolare a Genova, con manifestazioni che non si vedevano da tempo.
Una partecipazione di rilievo nazionale e internazionale…
Esatto. Le navi della compagnia Bahri non hanno più caricato a Genova. Adesso l’attenzione è sulla compagnia israeliana Zim. Ma non è solo una questione di carico; la legge vieta anche il transito di materiale bellico verso teatri operativi nei nostri porti. Questi portuali non lottano per lo stipendio o i turni, ma per una questione di coscienza e per far applicare la legge 185 del 1990.
Quali ostacoli ci sono oggi per loro?
Come ci hanno raccontato questi lavoratori, se l’Italia ripudia la guerra, ma le istituzioni non muovono un dito per fermare il traffico di morte, tocca a chi quelle armi le deve caricare dire di no. Non è disobbedienza, è l’unico modo per non essere complici. Insieme a The Weapon Watch, i portuali hanno proposto alle istituzioni un osservatorio sui porti. Il Comune di Genova si era detto disponibile, ma finora non c’è stata una vera “messa a terra” del progetto. Inoltre, c’è sempre l’esposizione alla repressione: sono stati accusati e poi prosciolti per i reati di associazione a delinquere e attentato alla sicurezza dei trasporti.

Simona Tarzia e Fabio Palli, in piedi, assieme ad alcuni portuali alla presentazione del film alla Riviera International Film Festival Foto Fivedabliu
È inevitabile quando ci sono forti interessi da parte delle grandi società di navigazione e degli armatori che controllano il porto…
Infatti, mentre i vertici della Regione Liguria venivano azzerati dagli scandali giudiziari e dal malaffare (come nel recente caso Toti), i portuali mostravano una forte statura morale, portando migliaia di cittadini sulla sopraelevata di Genova in un abbraccio solidale che ha trasformato una lotta sindacale in un movimento popolare internazionale come si è visto con il sostegno alla Freedom Flotila per Gaza.
Come riuscite a sostenere queste produzioni indipendenti? Vi muovete molto per il Paese?
L’ultima cosa che facciamo è caricare il video su un canale e lasciarlo lì; cerchiamo sempre di accompagnare i lavori per stabilire un contatto con le persone. Ci sosteniamo grazie a volontari, amici e al crowdfunding tramite “Produzione dal Basso”.
L’indipendenza si paga, ma riesce a dare frutti in termini di credibilità e fiducia?
Assolutamente. La guerra potenzialmente coinvolge tutti. Ognuno deve metterci un pezzo: i portuali rischiano le giornate di lavoro, noi il nostro tempo, gli esperti di Weapon Watch le loro competenze. Hanno, ad esempio, scritto un manuale per riconoscere i carichi di armi in porti, aeroporti e ferrovie. È un’azione di disobbedienza civile che è, in realtà, obbedienza costituzionale basata sulla Legge 185/90 che oggi è sotto attacco istituzionale e rischia di essere svuotata di contenuto. In questo senso si inserisce un progetto come il nostro dove la credibilità di questi progetti non nasce dai budget milionari, ma dal contatto diretto con le persone. È un modello economico basato sulla fiducia: chi finanzia questi lavori non compra un prodotto, ma sostiene una battaglia di civiltà.
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Fabio Palli ha lavorato per alcune agenzie internazionali come Grazia Neri, Emblema, La Presse e Zuma Press. Presente in teatri operativi come Bosnia, Kosovo, Serbia, Libano e Striscia di Gaza.
Simona Tarzia è giornalista freelance che copre temi come le mafie, l’ambiente e l’Unione Europea per Fivedabliu.it, un giornale indipendente che ha contribuito a fondare. Collabora con l’Unica Genova, la voce dei territori di Pagella Politica
