Bahri Yambu, lo sciopero dei portuali blocca il carico di armi

Ai movimenti pacifisti che chiedevano che la nave saudita non imbarcasse i cannoni a Genova, si sono uniti i lavoratori del porto, che hanno impedito le operazioni. Il cargo ha lasciato la Liguria
Genova

La nave Bahri Yambu ha lasciato il porto di Genova stamattina diretta ad Alessandria d’Egitto. Niente sosta a La Spezia, come si temeva, per imbarcare quanto gli era stato impedito nel capoluogo ligure e soprattutto quell’ipotetico carico ai cannoni provenienti con treno dalla Francia, dal porto di Le Havre. dove anche là i pacifisti avevano impedito il carico.

Sulla banchina del porto di fianco alla lanterna c’è grande soddisfazione per aver impedito questa operazione. Sorridono i gruppi pacifisti, i portuali i lavoratori della Culmv perché lo sciopero di ieri  indetto dai portuali della Filt Cgil Liguria ha avuto effetto positivo. Volti fino a poco prima tirati, ora sorridono e un camallo commenta : «Questa è la Genova della pace,  c’erano tutti i movimenti pacifisti cattolici e questo è un segnale importantissimo».

E dopo il no di Genova, è stato proclamato lo sciopero in tutti i porti liguri, per il personale addetto alla nave, laddove ci fossero stati eventuali attracchi del cargo saudita ‘Bahri Yambu’ in altri scali della Liguria. «La Filt Cgil Liguria – scrivono i sindacati in un comunicato – ha dichiarato lo sciopero dei lavoratori addetti a tutti i servizi e alle operazioni portuali, di mare e di terra, che riguardano gli scali liguri dove avvenga l’eventuale attracco della nave Bahri Yanbu, carica di armi destinate al conflitto in Yemen, perché, come già avvenuto nei porti di Le Havre e di Genova, non si proceda con l’imbarco di materiale bellico impiegato in operazioni definite dalle Nazioni Unite “crimini di guerra”».

La città si sente sollevata, ma i portuali fanno notare che Bahri Yanbu il 15 marzo e il 6 gennaio era già entrata nel porto di Genova e tra il 7 e l’11 novembre del 2018 in quello di Livorno. A caricare cosa, è impossibile dirlo. Un portuale mi mostra un aricolo del Secolo XIX in cui si legge: «Quel che è certo è che Bahri Yanbu è uno delle sei traghetti per il trasporto di veicoli su gomma (in gergo Ro Ro Cargo) che compongono la flotta della compagnia nazionale saudita Bahri Shipping, usata da Riad per acquistare e trasferire armi in tutto il mondo. Le navi sorelle si chiamano Bahri Jeddah, Bahri Tabuk, Bahri Abha, Bahri Yazan e Bahri Hofuf. La prima per certo ha caricato al porto di Cagliari armamenti prodotti dalla Rwm Italia, branca nostrana della tedesca Rheinmetall, il 9 giugno 2016. Bahri Janzan si è fermata a Genova, prima di dirigersi a Veracruz, in Messico, tra il 23 e il 24 aprile e tra il 17 e 18 febbraio. Il 13 ottobre 2018 ha fatto anche 13 ore di sosta al porto di Cagliari. Stesso porto e stesse ore di sosta per Bahri Hofuf, nel dicembre 2018. La nave nel luglio 2014 era stata fermata dagli ispettori del porto di Genova perché non aveva le bolle d’accompagnamento necessarie ad un carico di armamenti».

Intanto ieri pomeriggio a cura dei Movimenti Arena Petri e Movimento Politico per l’Unità, Liberi/e Forti e Cif Liguria è stata inviata una lettera ai consiglieri comunali e regionali così formulata: «vi scriviamo come rappresentanti di alcune delle associazioni che in questi giorni si sono mobilitate per sensibilizzare sul possibile arrivo della nave saudita al porto di Genova. Vi siamo grati per il vostro impegno e ci rivolgiamo a voi perché sappiamo che, pur partendo da diverse appartenenze, condividete l’attenzione e la preoccupazione per la giustizia, la pace e lo sviluppo sostenibile».

Come sapete, hanno aggiunto, «quello che sta accadendo in Yemen ci riguarda da vicino e non possiamo accettare che il nostro porto si presti ad una tale complicità con la guerra e la morte. Come genovesi e cittadini vi chiediamo di fare il possibile perché questo non avvenga, portando avanti questa battaglia insieme, senza divisioni partitiche né rivendicazioni di parte. Inoltre vorremmo lavorare insieme con voi per aprire, anche a Genova, il dibattito sulla mozione di Assisi, chiamata così perché il consiglio comunale di Assisi è stato il primo ad approvarla».

La mozione, approvata in molti comuni d’Italia, tra cui Roma, Bologna, Firenze, Verona e molti altri, chiede al Parlamento e al governo l’applicazione della legge 185/90 e quindi di fermare l’invio di bombe a Paesi impegnati in guerra oltreché un impegno serio per la riconversione economica delle aziende del Sulcis, dove vengono prodotte molte delle bombe utilizzate nel conflitto.

«Anche per quanto riguarda la mozione, per noi – hanno scritto i firmatari del documento – è fondamentale che il percorso sia intrapreso insieme. Siamo certi di trovare in voi interlocutori attenti e sensibili. Rimaniamo a disposizione per lavorare insieme a questo tema». All’appello hanno subito risposto alcuni consiglieri consiglieri del Pd di Comune e Regione, che si sono impegnati a sollecitare i rispettivi consigli istituzionali per portare avanti la mozione Assisi. Anche altri consiglieri si sono detti interessati: adesso i firmatari della lettera cercheranno di capire come procedere.

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