Vivere senza tasse?

Cosa insegna una recente trasmissione televisiva proposta dalla Rai? A superare il pregiudizio verso la politica e a non poter dare per scontato l’esistenza del patto sociale

Si è concluso da poco l’inedito (per l’Italia) esperimento sociale, combinato con un format televisivo, che per 5 settimane ha coinvolto una decina di famiglie di un vicolo di Eboli (Salerno).

“La strada senza tasse”, programma di Rai3, ha messo alla prova la capacità di auto-governo dei cittadini. Con un budget equivalente alla media nazionale delle tasse pagate per quel periodo al proprio comune, i cittadini hanno dovuto gestire in proprio i classici servizi comunali, dalla gestione dei rifiuti alla manutenzione delle strade, senza contare guasti alle fognature ed atti vandalici.

È facile lamentarsi, ma fare meglio di istituzioni consolidate come un comune, si è dimostrata una sfida complicata, con esiti imprevedibili. Dovendo prendere decisioni, gli abitanti del vicolo hanno dovuto cimentarsi con i fondamenti della democrazia, che prevedono di confrontarsi, di mediare, di collaborare, ovvero di praticare le virtù civiche che fondano ogni comunità. Ma hanno pure sperimentato pregiudizi («le donne non capiscono niente di politica») nonché invidie e gelosie sociali che si attivano laddove c’è un po’ di potere. Hanno dovuto scegliere la forma di governo, propendendo, dopo due giorni di estenuante assemblea, per un triumvirato.

Dopo 5 settimane, che si sono rivelate tutt’altro che un gioco, si è proceduto con un referendum, che pur senza valore legale, ha sancito la preferenza dei cittadini a un ritorno alla gestione comunale (60%).

Non va trascurato che una parte sostanziale avrebbe voluto continuare l’esperienza di auto-governo. Evidentemente accanto a chi, per ragioni di tempo o semplicemente per pigrizia, non vedeva l’ora di tornare a delegare i servizi con il pagamento delle tasse, alcuni abitanti si sono sentiti attivati e coinvolti, scoprendo competenze che non sapevano di avere oltre ad esplorare relazioni sociali ed amicizie sino ad allora sopite.

Ci sono diverse lezioni che possiamo trarre da questo esperimento.

La prima, che gli stessi protagonisti hanno vissuto sulla propria pelle, è che il patto sociale non va dato per scontato. Ha bisogno di continua cura e manutenzione, è un bene pubblico la cui qualità dipende dal contributo di ciascuno.

La seconda lezione è che le istituzioni, per quanto imperfette, sono un grande dono per la vita in comune. Sono il frutto di prove ed errori compiuti nel tempo che hanno selezionato i modi più efficaci ed efficienti di organizzare i servizi comuni. Ma le stesse istituzioni hanno l’opportunità – dovere di stare in ascolto dei cittadini, per accogliere le risorse di quanti sono disposti a dare e mettersi in gioco. L’amministrazione comunale di Eboli, che ha pienamente sostenuto l’esperimento, ha avuto una straordinaria opportunità di ascolto e di stimolo all’innovazione istituzionale, come quella che si sta attuando in molte parti d’Italia con la gestione dei beni comuni fatta dai cittadini.

La terza lezione è il realismo. Dovendo gestire la cassa comune, i cittadini hanno dovuto superare idee e pregiudizi nei confronti del ruolo della politica, e fare i conti con un principio di realtà, maturando capacità di affrontamento e decisione sui problemi concreti. Un’esperienza che potrebbe aiutare a maturare una capacità di valutazione delle proposte (promesse) elettorali!

L’ultima lezione è che la narrazione televisiva può raccontare e sostenere le virtù civiche. In questo caso la Rai ha messo in campo una squadra di tutto rispetto, da Simona Ercolani (autrice nota per il programma “Sfide”) a Flavio Insinna, conosciuto conduttore di prima serata. La share ha oscillato fra i picchi dell’8% (2 milioni di spettatori) e poco più del 3% della puntata finale. È un tentativo coraggioso e coerente con l’identità del palinsesto pubblico, da incoraggiare, diffondere e capitalizzare.

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