Un ministero per il Terzo Settore

Andare oltre la visione duale "Stato-Mercato" per dare posto alla Comunità. Un nuovo esecutivo non può ignorare una realtà, fondamento del legame sociale, che coinvolge un milione di occupati, 6 milioni di volontari e 340 mila organizzazioni non profit
foto da Csv Rovigo

Appena uscito dal colloquio con il Presidente della Repubblica, il Presidente del consiglio incaricato Giuseppe Conte ha chiuso il suo intervento citando un “nuovo umanesimo” come prospettiva della sua azione. Qualora questo governo parta, c’è da chiedersi “come” poi renderà effettiva questa prospettiva attraverso una concreta azione di governo.

Perché non sia un mero slogan, un’azione politica ispirata ad un nuovo umanesimo deve prendersi il rischio di declinare lo sviluppo come traiettoria capace di leggere non solo le dinamiche e le variazioni quantitative della nostra economia e società ( PIL, occupazione e povertà in primis), ma anche la dimensione relazionale, attraverso una nuova stagione d’investimenti su tutte quelle risorse tacite che oggi sono “in panchina” nel nostro Paese. Recuperare il significato di questa parola ci obbliga a tornare alla metà del XV secolo (umanesimo civile) quando in Toscana un significativo numero di pensatori e intellettuali cominciò a cambiare visione sulla relazione esistente fra le varie sfere della società: cultura, politica e società dovevano interagire per il bene comune.

L’impegno letterario era infatti strettamente legato a quello politico, la partecipazione attiva alla gestione della città; tutto doveva convergere per la libertà e la giustizia.  Partendo da questa breve premessa emerge con chiarezza come sia impensabile parlare  oggi di “umanesimo”, rendendo residuali tutte le formazioni sociali e i soggetti economici nati da motivazioni diverse da quelle orientate alla mera “utilità”.

L’Italia è un paese ricchissimo di  reti, legami, economie, luoghi e opere nate da percorsi comunitari e associativi  aventi un orizzonte pubblico: le oltre 340.000 organizzazioni non profit, i quasi 6 milioni di volontari ed il milione di occupati sono solo un parte di quel tessuto sociale che ha il suo valore espressivo ed emergente non tanto nell’essere una stampella della pubblica amministrazione o un meccanismo riparatore del mercato, bensì nel promuovere “valore” in maniera relazionale, producendo così un “mutuo beneficio” a tutti gli attori in campo.

L’umanità fiorisce dentro una dimensione relazionale dove al centro risiedono comportamenti e norme sociali, e non solo un governo e una democrazia efficienti. Ha scritto il sociologo Ralf Dahrendorf: «La democrazia e l’economia di mercato non bastano. La libertà ha bisogno di un terzo pilastro per essere salvaguardata: la società civile. La caratteristica essenziale della società aperta è che le nostre vite si svolgono in ‘associazioni‘, intese in senso lato, che stanno al di fuori della portata dello Stato».  In questo senso – come ricorda Dahrendorf –, la libertà ha bisogno della società civile, alla quale chiede spazi di azione che né il mercato né lo Stato sono in grado di assicurare.

Ecco quindi che una prospettiva politica orientata a far ripartire il Paese non può, come nel recente passato, ricadere in una visione “duale” Stato-Mercato, rendendo residuale e finanche accessoria l’idea di Comunità. Abbiamo certamente bisogno di “dilatare” il perimetro del pubblico e della partecipazione, ma non a discapito «del riconoscersi e del farsi comunità».  Valorizzare l’apporto della comunità non è una strategia rivendicativa, né tantomeno un atto teso a produrre movimenti di protesta, bensì una premessa per rigenerare entusiasmo e fiducia.

La fiducia non è un vago “sentimento”, ma la possibilità concreta che un bene possa essere condiviso, che le transazioni e gli scambi di mercato possano essere più efficienti, che le politiche possano avere impatto sociale. Senza un programma che alimenti la fiducia, diventa difficile immaginare uno sviluppo “umano”.

Ma come può un Governo evitare di pagare il prezzo di questo spread? Innanzitutto “offrendo” fiducia a chi dimostra di lavorare per il bene comune (per questo urge una diversa categoria d’indicatori orientati all’impatto sociale), poi condividendola con tutti coloro che son in grado di generarla ed infine premiando chi è produttore “netto” di fiducia e non un mero “consumatore”. La fiducia richiede scelte e decisioni, necessita di un ambiente e di una sua ecologia.

Un’altra partita decisiva da cui può nascere un cambiamento radicale è la valorizzazione dei beni comuni. ll benessere infatti, dipende da tre categorie di beni: privati, pubblici e comuni. La politica negli ultimi 50 anni si è concentrata “troppo” sui beni privati, “troppo poco” sui beni pubblici e quasi per niente sui “beni comuni”.  Il valore aggiunto dei beni comuni, infatti, sta proprio nella modalità di fruizione e gestione degli stessi: diversamente da un bene pubblico è necessaria una convergenza di intenti, organizzativa e di governo.

In altri termini il tema dei beni comuni (dalla conoscenza all’acqua, dall’ambiente ai luoghi) non si può risolvere dentro una schermaglia ideologica fra “privatisti e statalisti”, ma chiede alla politica di aprire la porta a nuove forme di mutualismo e impresa che vedono le comunità protagoniste. Una visione in cui diventa centrale l’attivazione dei cittadini, spesso protagonisti di forme innovative di cura e gestione degli spazi urbani, di rigenerazione di beni abbandonati e di beni culturali inutilizzati.

Solo 20 anni fa questi beni si rigeneravano attraverso percorsi “speculativi” o di “finanza pubblica”; oggi il loro futuro è in mano a quella spinta dal basso capace di restituire una funzione “comune”. Per attivare questi processi di rigenerazione, che si tratti di una periferia, di una casa cantoniera, di una stazione, non basta più solo l’intervento della Pubblica amministrazione, occorrono politiche che lasciano spazio a nuove economie comunitarie e nuove forme d’imprenditorialità sociale. 

In altri termini un nuovo umanesimo è pensabile solo dentro una relazione autentica con la società in tutte le sue forme (sociali, economiche e culturali). Una relazione da misurarsi attraverso decisioni e fatti concreti come la realizzazione e l’implementazione della riforma del terzo settore; nuove politiche di welfare che  mettano al centro il  terzo settore non appena come soggetto gestore ma come intermediario che co-progetta; la promozione della biodiversità imprenditoriale ( impresa sociale e cooperazione ) e un piano nazionale per l’innovazione sociale ( e non solo quella tecnologica). Questo, incentivando la rigenerazione e la creazioni di luoghi aperti e capaci di catalizzare risorse, progetti  e aspirazioni di giovani; riconoscendo e promuovendo  il volontariato e l’associazionismo come bene comune, uscendo dalla visione residuale che spesso lo relega a soggetto riparatore dei malfunzionamenti di Stato e Mercato.

Temi questi che meriterebbero un Ministero o perlomeno un “portafoglio ad hoc”, capace non solo di svolgere un’azione profonda e sistematica (che manca da tempo), ma anche una funzione di contaminazione nei confronti dei tradizionali (e molte volte superati) paradigmi dello sviluppo e del welfare.

 

 

 

 

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