Tre continenti un’unica lingua

“Era il 1958 e, come perito tecnico industriale, godevo di un buon posto all’Olivetti presso la quale mi ero specializzato nel collaudo di macchine da calcolo o da scrivere. Una singolarità che più tardi mi avrebbe colpito era che la mia specializzazione verteva sulle macchine arabe. “Appena ventenne, nel pieno delle mie esuberanze giovanili, lavoravo con tenacia anche se ciò non eliminava un sottile senso di insoddisfazione… Forse volevo trovare qualcosa che desse veramente uno scopo alla mia vita. Ad un certo punto, la crisi. Come tanti giovani mi facevo domande alle quali non sapevo dare una risposta soddisfacente. Contemporaneamente, pur essendo cattolico praticante, la mia vita di fede si era un po’ svuotata e vivacchiavo: senza infamia e senza lode”. A parlare così è Gianni Ricci, focolarino originario della provincia di Cremona. “Quell’anno – prosegue – un amico mi invitò a una “vacanza” sulle Dolomiti; dato che d’estate ero solito fare lunghe escursioni sulle prealpi orobiche, accettai, senza curarmi che sarei stato ospitato in una specie di convegno cattolico che si svolgeva a Fiera di Primiero”. Gianni viene talmente scosso dalla proposta cristiana dei Focolari che considera quei quindici giorni “i più importanti di tutta la mia vita. La crisi lasciò ben presto il posto a una pace mai provata, a una voglia di riimpegnarmi come cristiano. Poi il servizio militare. Già incominciavo ad avvertire i prodromi di una chiamata radicale: seguire Dio. E così una nuova avventura prese l’avvio”. Sono gli anni Sessanta; a Loppiano, vicino a Firenze, inizia la prima cittadella del movimento, e quindi c’è necessità di braccia e menti. “Anch’io venni chiamato a collaborare.Una terra abbandonata da anni, casolari fatiscenti e nuove costruzioni: questo lo scenario che ci si presentava davanti. Anni belli e duri, durante i quali lavorai tanto, proprio tanto, facendo di tutto: dal muratore al contadino, dall’operaio per il montaggio di rubinetti al rappresentante dei primi prodotti delle nostre aziendine, dalla stesura delle moquette su pavimenti di case e negozi, alla cernita degli stracci; dall’impagliatura dei fiaschi all’organizzazione di incontri. Non mi mancava nulla”. Volano così, in una vita intensa e impegnata, molti anni. Nell’85 la grande svolta: Gianni venne chiamato a dare il suo contributo “in quella fetta di mondo che va dal Medio Oriente ad alcuni paesi del Nord Africa e che comprendeva ben 23 nazioni diversissime l’una dall’altra. Tre continenti, insomma, con la presenza, oltre alla Chiesa cattolica, anche delle antiche Chiese cristiane orientali, di ebrei e di musulmani”. Prima tappa la Turchia, allora principale sede dei Focolari in quel territorio. “Devo confessare – spiega – che appena arrivato mi resi conto con molta preoccupazione, direi quasi con paura, della mia inadeguatezza. Io non conoscevo neppure una delle lingue che vi si parlavano… A Istanbul, perciò, per prima cosa entrai in una chiesa, da Gesù Eucaristia, per confidargli tutta la mia perplessità. Ma lì, davanti a lui, una cosa mi si chiarì, stampandosi nell’animo. Era come se mi dicesse: “Guarda, io per 21 anni ti ho insegnato la mia lingua che è quella dell’amore, del farsi uno: adesso è ora che tu la metta in pratica seriamente”. “Non me lo sarei più dimenticato. Diciamo anzi che quello del “farsi uno” fu il linguaggio che regolarmente usai per stabilire rapporti con quel mondo per me nuovissimo, che richiedeva amore concreto”. Sono innumerevoli le esperienze vissute da Gianni in Medio Oriente. Accenno solo a qualcuna. “Mi trovavo in Algeria, dove si stava svolgendo una Mariapoli nella quale i cristiani erano una minoranza. Alla richiesta degli amici musulmani se mi trovassi bene in una realtà delgenere, mi sentii spinto a testimoniare che il clima di amore era lo stesso delle analoghe riunioni alle quali avevo partecipato in Europa. “Sono convinto – dissi loro – che siamo tutti figli dello stesso Padre, che Dio, Allah, è con noi e che l’amore che circola e che si tocca con mano anche dalle vostre esperienze, è lo stesso”. 153 presenti, 153 le persone in piedi ad applaudire. “E non che ci fosse sincretismo, ognuno rimaneva fedele alla sua fede religiosa e alle relative pratiche esterne, ma ancorato ai valori più profondi che essa offriva, testimoniando come veramente su questa terra siamo tutti fratelli. Uno di loro, in un’altra circostanza, mi chiese a bruciapelo: “Cos’è per te il dolore?”. Io che ero allora uscito da poco da due sofferti interventi chirurgici, risposi: “Ho capito che nel dolore, sia fisico che spirituale, c’è l’amore di Dio”. “Grazie – mi rispose abbracciandomi con le lacrime agli occhi -. Oggi tu mi hai dato l’intimo del tuo cuore””. Anni vissuti a volte in mezzo a rischi notevoli, quelli in Medio Oriente; come quando per ben due volte Gianni si vede puntare il fucile alla gola. “Capitava di dover girare in macchina durante il coprifuoco, incontrare posti di blocco: ne ricordo ben 23 in uno di questi viaggi. Ci capitò di restare fermi per ore ed ore alle frontiere, dove per passare bisognava rispondere a un fuoco di fila di domande. I motivi che ci muovevano evidentemente non erano politici; ma in mezzo a queste tensioni occorreva una grande prudenza: ogni parola poteva essere fatale e bisognava pregare Dio che mettesse sulle nostre labbra quello che dovevamo dire per non destare sospetti. Mai come in queste circostanze, però, toccavamo con mano che il Vangelo è vero. “Recentemente – conclude Gianni – un amico musulmano, che condivide lo stesso l’ideale dell’unità, mi ha scritto: “Ho imparato che l’odio e la violenza possono essere l’espressione esterna di una grande sofferenza, e che invece l’amore e l’aiuto spirituale possono guarirla. In mezzo ai drammi che il mio paese attraversa, ho la certezza che i nostri rapporti possono essere una luce che attirerà coloro che ancora non vedono””.

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