In principio era la madre. Non si scappa, ne abbiamo avuto tutti una, magari lo siamo ora noi stesse. Mi fa sempre un certo effetto parlare delle origini, in questo caso di ciascuno di noi, soprattutto riguardo alcuni processi biologici studiati e verificati. Si sa, ad esempio, che il battito del cuore della madre educa e modula le emozioni del cervello del nascituro attraverso il suo battito. Il battito del cuore avviene attorno ai 40 giorni di vita fetale, da quel momento si sintonizza il battito del feto col battito della madre. La neuroscienziata e divulgatrice Daniela Lucangeli, durante una delle tante conferenze sulla “Scienza servizievole”, approfondisce spesso il tema della sintonizzazione del battito cardiaco tra due persone, che non vuol dire avere lo stesso numero di battiti ma vuol dire che quei battiti possono andare allo stesso ritmo. «Questo comporta che la madre, attraverso il battito, il respiro e il meccanismo vibrazionale del contatto, neuromodula l’organizzazione del cervello del feto, in particolare del cervello limbico, perché il processo passa per risonanza di vibrazione. Le cellule del feto riconoscono quel ritmo, come quando si butta un sasso nell’acqua. Anche una carezza che la madre fa sul ventre – specifica la Lucangeli – determina l’onda che arriva a superare i suoi tessuti e il liquido amniotico e a toccare quelle cellule e avvertire il cervello del cucciolo di specie della “presenza di connessione”».
Che mistero e che responsabilità! La responsabilità e la bellezza della presenza.

Copertina del dossier
Come si concilia oggi tutto questo patrimonio epigenetico di prossimità e accudimento con i dati sulla maternità in Italia forniti dal Rapporto “Le equilibriste” diffuso da Save the Children proprio in occasione della festa della mamma? Finisce la poesia, perché quel rapporto unico e speciale madre-figlio è messo sempre più in crisi tanto per cominciare dall’aumento della denatalità, poiché anche nel 2025 il tasso delle nascite è sceso del 3,9%, e poi dal fatto che dare alla luce un figlio oggi rende più poveri, troppo spesso non ci sono le condizioni lavorative per farlo. Tra le tante cose, il Dossier ci ricorda che il tasso di fecondità è al minimo storico in Italia, 1,14 figli per donna, e che l’età media del parto è di 32,7 anni. Non a caso il Rapporto si intitola “Le equilibriste”, perché la professione per le donne deve andare a incastrarsi con il lavoro domestico e di cura, e quest’armonia troppo spesso è una chimera. Succede che tante donne il lavoro dopo i figli non riescano a mantenerlo (child penalty), in particolare per le donne con figli in età prescolare il tasso di occupazione è inversamente proporzionale a quello degli uomini, che rimane stabilmente su livelli molto elevati.
Come se non bastasse, è stata bocciata nei mesi scorsi dalla Commissione Bilancio della Camera, per ragioni di copertura finanziaria, la proposta di congedo parentale paritario che chiedeva di rendere obbligatori i 5 mesi di congedo anche per i padri. In Italia restano in vigore per i papà i soliti 10 giorni obbligatori dopo la nascita del bambino, il minimo sindacale secondo le direttive europee, ma che fa dell’Italia il fanalino di coda dell’Europa. Guarda caso, nei Paesi in cui viene favorita la condivisione della cura, si riduce anche il divario di genere e cresce il tasso di occupazione femminile. È evidentemente un cane che si morde la coda, un circolo vizioso difficile da rompere: dove mancano le condizioni materiali manca spesso anche un benessere emotivo; fornire un giusto supporto alla coppia renderebbe possibile un aumento di fiducia e un atteggiamento ottimista nel guardare al futuro.
Però è stato aumentato il contributo mensile da 40 a 60 euro del Bonus mamme, che spetta a chi ha reddito fino a 40 mila euro e due figli di cui il più piccolo entro i 10 anni. E niente, i miei figli sono teenager…
Ringraziamo il marketing che almeno oggi ci fa guardare e focalizzare sulla realtà, almeno oggi non vogliamo essere tacciate di vittimismo, perché lo sappiamo che, nonostante sia questa la realtà, alla fine vale sempre il detto “volere è potere”, il problema è che questi superpoteri non li vogliamo, basta con le mamme Wonder Woman. Non vogliamo che la genitorialità comporti una scelta tra i propri progetti personali e familiari. Per tornare al discorso sulle origini, vogliamo che quel battito sintonizzato che ci connette al feto non trasmetta alla nuova creatura l’ansia di sacrifici e rinunce ma solo la certezza di un desiderio realizzato.
