Tassa patrimoniale e riforma della giungla fiscale

Forti polemiche sulla proposta in Parlamento di una tassa straordinaria sui grandi patrimoni dichiarata inammissibile e poi riammessa dalla commissione Bilancio della Camera. Resta la questione dell’equità fiscale al centro di una riforma sempre più necessaria.
Tassa patrimoniale e consumi, foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse

La commissione Bilancio della Camera ha giudicato inammissibile, e poi riammessa dopo ricorso  tecnico, la proposta di una tassa patrimoniale straordinaria avanzata da un emendamento sulla legge di bilancio presentato dal rappresentante di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, e dal dem Matteo Orfini.

Insomma qualcosa di diverso dallo slogan vincente del “meno tasse per tutti” sostituito da un “quasi tutti” perché, come spiega Orfini su Facebook, «chi non raggiunge i 500 mila euro di patrimonio pagherà meno tasse di quante ne paga oggi. Perché con l’emendamento ne cancelliamo diverse: Imu, imposte di bollo sui conti correnti bancari e sui conti di deposito titoli».

La contrarietà espressa, fin da subito, alla tassa patrimoniale da parte dei vertici di Pd, M5S e Italia Viva non è diversa, anche nei toni, da quella del centrodestra. Anche in un tempo che si dice dominato dal populismo non appare attraente l’dea di introdurre nuove tasse, anche se relative solo ai grandi patrimoni e giustificate con la solidarietà nei confronti di quella parte crescente della popolazione che con il permanere della pandemia non ha soldi sufficienti per fare la spesa, pagare le bollette e versare le rate del mutuo.

Troppo forte è la diffidenza verso un sistema fiscale percepito come insensibile e implacabile verso la classe media ma, allo stesso tempo, impotente quando si tratta di colpire elusioni ed evasioni fiscali. Il grande consenso politico raccolto da personaggi che non brillano per reputazione morale è, di solito, espresso dalla convinzione di preferire qualcuno che, magari, punta ai propri interessi, ma allenta anche la pressione verso i pesci più piccoli.

Il prelievo ipotizzato dall’emendamento incriminato colpirebbe, quindi, con aliquote crescenti, i patrimoni superiori ai 500 mila euro. Si partirebbe con lo 0,2% fino ad un milione di euro, per poi salire allo 0,5% fino 50 milioni di euro. Superata questa soglia si passerebbe al 2% fino a un miliardo di euro, oltre il quale si pagherebbe il 3% sempre e solo sul patrimonio costituito da immobili (al valore catastale e non di mercato) e valori mobiliari (cioè conti correnti e titoli finanziari).

Secondo le stime che circolano, la tassa patrimoniale farebbe incassare allo Stato un introito complessivo di 10 miliardi di euro. La metà di quanto frutta il sistema dell’azzardo legale che raccoglie oltre 100 miliardi di euro ogni anno per distribuirne 10 all’erario e altrettanti alle imprese concessionarie.

Sono cifre molto basse se solo si considera che le famiglie italiane, secondo i dati della Banca d’Italia, possiedono una ricchezza finanziaria, distribuita in maniera diseguale, pari a 4.455 miliardi di euro, escludendo cioè i patrimoni immobiliari.

In teoria basterebbe un versamento volontario di solidarietà per raggiungere importi molto più elevati di una tassa patrimoniale. In tal senso si muovono altre proposte della frastagliata sinistra (Fornaro e altri) che puntano ad un contributo solidale dell’1% per i patrimoni superiori a 1,5 milioni di euro, al netto del reddito della prima casa. Ma anche tale ipotesi sarebbe comunque un’imposizione fiscale e non un versamento volontario.

L’esistenza della massa dei capitali privati italiani è, inoltre, oggetto di una proposta, avanzata dall’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti e altri, di un prestito nazionale in grado di impedire l’eccessivo indebitamento pubblico verso investitori esteri. Una forma di sostegno “patriottico”, necessario in tempi di crisi e di guerra, ma sempre un prestito a basso tasso di interesse, garantito dallo Stato per evitare condizionamenti esterni.

È proprio l’idea della tassazione dei grandi patrimoni che resta estranea alla cultura prevalente della classe politica italiana. Una misura considerata demagogica dall’economista Nicola Rossi, già consigliere di D’Alema ed esponente dell’Istituto Bruno Leoni, che vi intravede, tuttavia, un esproprio quando si applica ai patrimoni investiti in titoli pubblici: i bassi interessi verrebbero annullati dalla tassazione patrimoniale.

Il dibattito aperto è molto accesso e rivela, secondo Luigino Bruni, economista da sempre favorevole ad una tassa straordinaria sui grandi patrimoni, il venir meno di una visione condivisa di bene comune, la sostituzione del patto di solidarietà che fonda la società con quello del contratto che tutela i soli interessi individuali.

A prescindere dall’esito dell’emendamento Fratoianni-Orfini, resta aperto il confronto necessario sulla riforma fiscale che impegna gran parte della politica di bilancio del prossimo triennio. In sostanza, si tratta della possibilità di reintrodurre una maggiore progressività delle imposte in base al principio dettato dall’articolo 53 della Costituzione, in base al quale «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività».

Al momento attuale, dopo diverse riforme, esiste un sistema che prevede una aliquota del 27% per i redditi imponibili compresi tra 15 mila a 28 mila euro, per poi salire rispettivamente al 38% fino a 55 mila e al 41% fino a 75 mila. Superata tale soglia si applica il 43%. Parliamo solo dei redditi derivanti da lavoro e immobili e non di quelli finanziari, che hanno altre regole da valutare a parte. È abbastanza facile intuire il peso subito da redditi fino a 55 mila euro in confronto alla debole progressione applicata per gli importi superiori.

C’è bisogno, dunque, di una valutazione complessiva dell’architettura della nuova riforma fiscale che si annuncia radicalmente diversa da quella del Conte 1,improntata sull’introduzione della flat tax (un aliquota unica per tutti). Anche l’introduzione dell’assegno unico universale per i figli, che sostituisce le detrazioni fiscali tuttora in vigore, va letta in una visione globale di equità. Ed è chiaro che su imposte e tasse si confrontino concezioni differenti di persona e società da far emergere per un vero dialogo politico non ristretto alle polemiche interne ed esterne ai partiti.

Come ha riconosciuto in un’intervista estiva a Repubblica il direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, «il nostro non è un sistema fiscale. È una giungla impossibile da comprendere per chiunque, del tutto incontrollabile». Per cambiare davvero bisogna agire in questo periodo terribile e straordinario: «il sistema tributario repubblicano si cominciò a pensare già quando la seconda guerra mondiale non era ancora finita. Oggi dobbiamo fare lo stesso, gli effetti sociali ed economici dell’epidemia sono stati simili a quelli di una guerra. Bisogna cominciare a pensare a un sistema fiscale per il dopo coronavirus, ma per farlo è necessario prima di tutto fare ordine».

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