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Italia > Attualità

Sicilia, giovani in fuga dalla corruzione che annega l’isola

di Francesca Cabibbo

- Fonte: Città Nuova

Il rapporto annuale di Libera evidenzia l’esistenza di un vasto sistema corruttivo, con 386 persone indagate in Italia

Giuseppe Conte a Palermo partecipa al corteo di commemorazione della strage di Capaci , 23 Maggio 2026 Palermo. ANSA/IGOR PETYX

La Sicilia è la regione con il maggior numero di indagati. Nei primi mesi del 2026 si registrano 9 inchieste (avviate da tre procure) che hanno acceso i riflettori su una vasta rete di corruzione che sembra permeare dalle radici il sistema amministrativo siciliano. In tutto ci sono 107 indagati. Al secondo posto c’è il Lazio (85 persone indagate, 9 inchieste di tre procure), seguito dalla Campania (65 persone indagate, 6 inchieste di due procure).

Dal rapporto annuale di Libera emerge la fotografia di un sistema corruttivo che permea dalle fondamenta l’isola e le sue istituzioni. Un’isola dove forse l’autonomia speciale riconosciuta persino dalla Costituzione – che recepì al suo interno lo Statuto della Regione siciliana (articolo 118) facendone una fonte di rango costituzionale – ha prodotto più guasti che vantaggi.

Nel totale, nei primi mesi del 2026 in Italia ci sono 38 inchieste con 386 persone indagate.

Scriviamo per ora al netto delle responsabilità, ancora tutte da provare: il sistema giudiziario italiano è fortemente garantista e – oltre a ciò – i tempi lunghi della giustizia, a causa della carenza di organici, determinano spesso delle prescrizioni.

Ma ciò che Libera ci regala è una fotografia della situazione attuale in Italia dove una molteplicità di fattori, ma anche di contesti e di metodi operativi, fa intravvedere un sistema che – lungi dal garantire trasparenza e correttezza – impone “regole del gioco” che hanno dettami e criteri diversi.

Emergono gli addentellati di imprenditori e professionisti con gli apparati dell’amministrazione regionale, contatti trasversali, metodi mafiosi e persino – come accade in alcuni contesti della sanità – l’imposizione di regole e sistemi spartitori di cariche, incarichi e non solo.

Difficile, quasi proibitivo, poter trovare in Sicilia la nomina di un primario (o dirigente di struttura complessa, come oggi viene enfaticamente definito) la cui logica sia sfuggita, oltre che al criterio del merito e della competenza, anche a quella di un rigido “Manuale Cencelli” spesso di problematica applicazione.

Al di là delle responsabilità individuali – come dicevamo tutte da provare – emerge un sistema la cui logica molto spesso è ben diversa da quella di chi persegue fini di buona e corretta amministrazione della cosa pubblica per garantire servizi efficienti ai cittadini. La sanità è uno dei settori più esposti al rischio di inquinamento. Una serie di “regole non scritte”, in questo settore come in altri – non ultimo quello degli appalti – vede coinvolti dirigenti pubblici, faccendieri, portaborse, imprenditori politici ed esponenti legati alla criminalità organizzata che imparano presto, dalle “vicende della vita” come districarsi nel vasto e complesso reticolo di corruzione e di potere. Perché questi metodi sono ormai accettati e consolidati, direi quasi “sdoganati” rispetto a una lettura delle regole della pubblica amministrazione che ritroviamo nei libri di educazione civica, che non a caso sono i meno utilizzati all’interno della scuola e spesso vengono restituiti intonsi agli scaffali delle nostre librerie di casa.

La conseguenza di tutto questo è un progressivo impoverimento della Sicilia. Se 80 o 100 anni fa, i siciliani lasciavano l’isola con la valigia di cartone, spesso carica solo di sogni e poche carabattole, operai destinati alle catene di montaggio del Nord Italia o della Germania o alle miniere del Belgio, oggi a lasciare la Sicilia sono i giovani laureati, che per la maggior parte decidono di costruire altrove il proprio futuro professionale. La Sicilia non è un terminale per chi ha studiato e ottenuto titoli fortemente specializzanti, da spendere nei settori della ricerca medica, della sperimentazione industriale, della grande finanza.

Quasi ogni famiglia ha al proprio interno giovani che dopo gli anni liceali hanno lasciato la città d’origine per non farvi più ritorno. Per necessità e sempre più spesso anche per il desiderio di non cedere alla logica dei ricatti e delle “appartenenze politiche” per poter svolgere il proprio lavoro con professionalità e soprattutto con libertà. La “fuga dei cervelli” impoverisce l’isola da un punto di vista demografico e culturale.

Mercoledì 10 giugno Libera ha portato a Palermo una delle tappe della campagna nazionale “Fame di verità e di giustizia”: il flash mob “Occhi aperti sulla corruzione” si è tenuto in piazza Ottavio Ziino, davanti alla sede dell’assessorato regionale alla Sanità. È stato definito emblematicamente “una visita oculistica in strada per guardare con lenti diverse i vari fenomeni corruttivi”, con uno sguardo puntato soprattutto sul settore della sanità. L’iniziativa si inserisce nell’ambito della settimana di mobilitazione contro la corruzione, avviata dall’8 al 13 giugno in varie città italiane.

E i siciliani come vivono tutto questo? Spesso con rassegnazione, con la consapevolezza che decenni di lotte e di speranze non sono riuscite a scalfire un sistema corruttivo consolidato. C’è talvolta una protesta silente, nascosta nel privato, o affidata ai social, che però è un serbatoio potente capace anche di alimentare la protesta.

Domenica scorsa, nel turno di ballottaggio si è votato in Sicilia in tre comuni. In due tra questi, Agrigento e Bronte, dei movimenti anti-establishment, hanno catalizzato il voto popolare e hanno occupato il vuoto di rappresentanza lasciato dai partiti tradizionali, che oggi appaiono lontani dalle logiche di una politica sana e dalle esigenze reali del Paese.

Una Sicilia desertificata demograficamente (sempre più alto il numero di anziani mentre i giovani preferiscono migrare altrove), la cifra stilistica diventa la denuncia dello scandalo e la reazione forte che parte dalla base e catalizza la protesta.

Ad Agrigento Michele Sodano, candidato di Controcorrente (il movimento fondato dall’ex “iena” Ismaele La Vardera), è diventato sindaco con un largo suffragio. Sodano ha ottenuto un incredibile 72%, a Bronte vince Giuseppe Gullotta, del centrosinistra. Il centrodestra ha pagato anche le proprie divisioni. Controcorrente ha catalizzato la protesta, ha portato sul palco la rappresentazione di una narrazione dal sapore innovativo e destabilizzante, la contrapposizione tra il potere parassitario del Palazzo e il popolo che ha fame di democrazia e di buon governo.

La reazione si esprime talvolta in modo disorganizzato, talvolta diventa capace di utilizzare gli strumenti della democrazia. Il voto per le amministrative di domenica scorsa ha portato con sé delle rivoluzioni. Resta da verificare quale sia la possibilità di sopravvivenza di movimenti di protesta che in Italia come altrove (vedi Podemos in Spagna o il movimento di Tsipras in Grecia), poggiano su ragioni ideali o obiettivi che incontrano le aspettative della popolazione, ma si scontrano poi con la difficoltà reale e soprattutto con una forte fragilità strutturale al proprio interno, poiché nati con la formula del movimento di protesta guidato da un leader unico.

Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Le leggi del moto di Newton, applicate alla politica, aprono un ventaglio enorme di prospettive…

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