Ovunque ci troviamo sul pianeta, ormai la sola idea che non vi sia luogo al riparo dagli sguardi dal cielo di missili, droni, satelliti e aerei rende sempre più inquieti gli spiriti degli umani. Se sulla terra e sul mare la guerra porta spesso, anzi quasi sempre, a fasi di stallo, in cui non ci si riesce a sopravanzare reciprocamente – vedi Donbass, vedi Hormuz, vedi Grandi Laghi, vedi pure Taiwan – ci si scontra nei cieli e dai cieli, anzi ci si provoca.
In poche ore, le ultime, un drone presumibilmente russo ha colpito un obiettivo civile, sui cieli di Francoforte è stato segnalato un Ufo con conseguente chiusura dell’aeroscalo, in Kuwait un missile iraniano pare aver colpito una base militare statunitense facendo 5 feriti, mentre sui cieli di Taiwan sono stati segnalati “sforamenti” probabilmente cinesi nello spazio aereo di Taipei. Di certezze ve ne sono poche, salvo una: le provocazioni belliche arrivano dal cielo, dove forse costa meno organizzare spedizioni provocatorie, se non punitive, e dove si cerca di forzare la mano al nemico in vista dei negoziati che stagnano. Ogni giorno di più, la provocazione alza la posta in gioco. Ma fino a quanto potrà durare questa storia? Fin quando la legge del più forte avrà ragione della moderazione e della razionalità?
La provocazione, giova forse ricordarlo, è un’arma prima di tutto politica, prima cioè di esserlo dal punto di vista militare. Ed è qui che forse bisogna fare appello a coloro che meglio di chiunque altro sanno quale sia la portata dei danni di una guerra dichiarata e duratura. Non sono i militari che invitano all’attacco, ma sono solo coloro che debbono essere pronti all’eventuale attacco, prevedendone i costi e le conseguenze; mentre sono i politici a giocare d’azzardo.
Ecco, in questo momento sembra che vi sia un deficit assai pronunciato di presenza militare nelle decisioni politiche. Paradossalmente, bisognerebbe che i militari facessero sentire di più il loro pensiero, dando gli esatti contorni della manovra che si vuol mettere in atto. D’altronde, non sono i militari – o piuttosto non solo – a determinare il riarmo del mondo, ma i politici.
Forse è anche per questo che nei regimi forti le teste dei militari saltano di frequente: o perché i politici non vogliono ascoltarli, o perché i militari non vogliono applicare le decisioni sconsiderate dei politici. Appunto, sono i politici che spesso e volentieri non vogliono sentire le verità sulle guerre, e non i militari, che sanno esattamente quel che succede sul campo, in mare, in terra e nei cieli, e che dicono la realtà degli eventi, spesso scomode.
L’uso senza scrupoli delle provocazioni, pensando che ciò possa tornare a vantaggio del proprio Paese, è proprio della politica non lungimirante, che gioca l’azzardo del momento, senza dimenticare il mondo assai poco trasparente dei servizi segreti, che di per sé hanno la prerogativa della provocazione, della menzogna, del bluff e dell’azzardo. Forse, allora, per far tacere le armi, bisognerebbe che i militari parlassero di più. È questo uno dei paradossi più evidenti in questa fase delle relazioni internazionali.
