Serie Tv, come guardarle? È una domanda che ne racchiude altre di fronte al fenomeno, ormai consolidato, delle serie Tv. Cosa sono? A che servono? Quali risorse posseggono e quali pericoli nascondono?
Le serie, che a grandi linee possiamo definire racconti audiovisivi a puntate, possono essere molto diverse tra loro. Da quelle in chiaro su Rai e Mediaset, a quelle delle grandi piattaforme come Netflix, Prime Video, Apple Tv, Disney+, Paramount+, Sky, fino all’ultima arrivata: Hbo Max.
Non va pensato, tuttavia, che necessariamente le serie dei canali in chiaro o del servizio pubblico siano migliori di quelle a pagamento, solo perché più morbide, con un verbale e un visivo più controllati.
Certo, la forma è anche – almeno in parte – il contenuto, e il garbo, la misura, non sono ingredienti di poco conto, ma al tempo stesso, la qualità estetica delle serie in streaming è spesso superiore, per linguaggio elevato, ambizioso e più vicino al cinema, rispetto a certi prodotti in chiaro, anche Rai. Che però, anche per rispondere alle nuove sfide dell’altrove seriale, sono stati (e sono) capaci di essere eleganti e stratificati: L’amica geniale, per esempio, o le recenti La Storia e Prima di noi, capaci di raccontare l’Italia e il passato, pur coi loro limiti. Senza dimenticare lavori curati come Il conte di Montecristo, diretto Bill August, o l’omaggio a personaggi straordinari come don Antonio Loffredo, raccontato nella serie Noi del rione Sanità. Oppure Blanca, ben confezionata, fresca, intelligente e ricca di temi interessanti. Quanti se ne potrebbero citare..
È vero anche, poi, che le serie del servizio pubblico, quelle da prima serata e primi tasti del vecchio telecomando, hanno la capacità, magari implicita, ma non per questo trascurabile, di inserire nei loro plot tematiche delicate, complesse, attuali e perché no, politiche e divisive. Magari piazzate nell’ultima puntata, o sotto il motore delle trame, affioranti come funghi, ma non per questo incapaci di influenzare, orientare, formare pensieri, tra un pubblico generalista.
Tutto questo, per dire che di completamente innocuo non c’è nulla e che è difficile, e sbagliato, considerare alcuni spazi del piccolo schermo (in assoluto) più sicuri (ma anche meno fertili) di altri, meno che mai come inattaccabile garanzia di valore contenutistico.
E dunque, il primo consiglio, a chi voglia cercare di muoversi nel mare magnum delle serie, è di osservare tutto in modo accorto, non superficiale o sbrigativo, ma senza pregiudizi inviolabili.
Hbo Max, per esempio, ha esordito in Italia con la bellissima Portobello di Marco Bellocchio.
Su Netflix c’è stata Tutto chiede salvezza dal romanzo di Daniele Mencarelli, per non parlare di The Crown o di altre serie magari toste, ma non per questo poco utili, come Adolescence, capace di porre domande costruttive.
Su Disney+ c’è stata una serie eccezionale dal titolo A small light, sulla storia di Miep Gies, che rischiò la vita per aiutare la famiglia di Anna Frank. Come non consigliarla ai giovani?
Su Sky, come non ricordare M. Il figlio del secolo? Oppure Unwanted – Ostaggi del mare, sul tema dei migranti?
Su Prime Video, ecco la recente La casa degli spiriti, dal romanzo della Allende.
Su Apple Tv merita Ted Lasso (da poco c’è la quarta stagione) o l’eccezionale Plur1bus, sul tema del noi.
Potremmo andare avanti a lungo, con una lista di buoni titoli corposa, perchè insomma, quello delle serie è un grande mercato che vende di tutto, compresi articoli di scarso valore quando non dannosi. Tra questi, tanti titoli (solitamente ben scritti e girati) in cui dilagano la rappresentazione del male senza il contraltare del bene, il nichilismo, la violenza; la spettacolarizzazione del disagio, del degrado, della cupezza, della solitudine, del crimine.
La carenza di speranza, di luminosità, di esempi costruttivi da seguire.
Sono i rischi più comuni per chi si metta in viaggio tra le serie, eppure, anche nelle vetrine e nei banchi più scivolosi, si possono trovare racconti meritevoli, ed è bene rovistare, cercare sotto la superficie. Altrimenti come fare a scovarli?
Leggere le recensioni di testate fidate, può essere d’aiuto. Sviluppare il proprio senso critico mettendolo a confronto con quello di chi osserva con attenzione la produzione seriale, può essere una via da seguire, ma prima di tutto, le cose vanno viste, anzi guardate, perché le trappole non mancano, e non sempre sono visibili a un primo sguardo: dentro una serie possono trovarsi elementi positivi accanto ad altri negativi, ma i primi si diradano dopo un inizio incoraggiante: sconfitti e posti al servizio della negatività trionfante.
Non sempre è così, per fortuna: a volte è proprio alla lunga che una serie mostra la sua parte migliore, il suo valore all’apparenza nascosto. Allora serve guardare con attenzione, scoprendo magari che serie ritenute in superficie pericolose, posseggono aspetti e messaggi d’aiuto per la crescita e l’educazione. Mercoledì su Netflix, per esempio, o diversi passaggi della trilogia di Zerocalcare, a patto che le si guardi insieme, nel dialogo tra generazioni, con lo scambio che è sempre uno strumento utile. Con le domande e le riflessioni giuste da porsi e da porre.
Non è un lavoro semplice, leggero. È il lavoro impegnativo dello spettatore: quello di buona volontà che osserva davvero, senza abbassare la guardia e l’attenzione, appassionato e consapevole della forza – in positivo e negativo – del prodotto seriale davanti a sé, nel gran mare mosso di una Tv molto più complessa rispetto a quella di una volta, la cui funzione educativa era più programmatica e chiara.
