Sono cresciuto coi cinema che d’estate chiudevano. Diceva Nanni Moretti in Caro Diario, nel 1993: «D’estate a Roma i cinema sono tutti chiusi», e quando non lo erano, proponevano titoli desolanti, irripetibili.
Il cinema d’estate erano le arene, coi film della stagione da recuperare e ripassare. Poesia ancora viva, per fortuna. Bellezza da tenersela stretta. Dove c’è un’arena c’è gioia, c’è “l’eco di un cinema all’aperto” per dirlo, o cantarlo, alla Battiato. Arene come giardini dove entrano i profumi della stagione, urbani o di mare. Aromi leggeri, sublimi, che pervadono il film senza disturbare. Anzi, aggiungendogli qualcosa.
Eppure, in questo tempo rovente di piena estate 2026, non privo di aspetti angoscianti, mi è capitato di andare al cinema per vedere tre bei film: Odissea, Toy Story 5 e Spider Man Brand New day. Tre volte su tre le sale erano piene, anche di famiglie, e al netto del modo inimitabile di guardare un film al cinema, si stava un incanto per il fresco. Ho sentito dissolversi di più ancora, di colpo, l’idiosincrasia tra estate e sala cinematografica. Quel buio artificiale, nella stagione del sole e delle spiagge affollate, non era più tabù, stridore. Era sempre meno ossimoro.
La sala d’estate è diventata prezioso rifugio in questo torrido 2026, persino gratuito per un’idea del comune di Roma, ma c’è di più. Molto di più: se il film è bello, allora il cerchio è chiuso e il matrimonio tra film e luogo d’origine, sua destinazione primaria e naturale, torna ad essere felice. Felicissimo. Vivo e forte quando meno te lo aspetti.
Ecco che i seducenti schermi domestici, allora, le sirene sempre più grandi e sofisticate rappresentate dai black mirrors casalinghi, capaci di aggredire una buona fetta di parete e di mangiarsi libri e quadri, assumono sembianze meno trionfali. Si mostrano come frontiere meno inviolabili.
Ecco, allora, se non sconfitta, almeno messa in allerta, in speranzoso allarme, l’arroganza, la china mesta dei film che arrivano a casa un attimo dopo essere passati al cinema. Quando ci passano. Il canto di questa dilagante possibilità, quando fuori ci sono 40 gradi e al cinema c’è un kolossal carico di contenuti come per esempio Odissea di Nolan, è meno irresistibile, meno indebolente, e l’esperienza del film sul grande schermo vale eccome il costo del biglietto, la ricerca del parcheggio, il “lavoro” necessario per mollar soggiorni, divani e frigoriferi a portata di mano.
Sia Odissea che Spider Man stanno facendo incassi record, numeri pazzeschi, trasformando quella corrente, nell’estate dei record non solo climatici. Per fortuna. Ho letto di un 308% (no, non mi sono dimenticato le virgole) nel week end appena trascorso rispetto a quello di un anno fa. Qualcosa di straordinario.
Non credo sia solo nel disturbante caldo fuori, la spiegazione a questo confortante dato, ma quel caldo, paradossalmente (al netto dei suoi tanti aspetti negativi) aiuta. Probabilmente. Quantomeno non è più nemico, ulteriore deterrente. Uscire può avere molto senso per andare al cinema d’estate e può diventare tendenza da coltivare, onda da cavalcare, occasione da non sciupare per la lotta alla sopravvivenza del binomio film/sala. Che non è effimera battaglia di retroguardia, ma tutela di un patrimonio culturale che rende le persone attive nella socialità e nella condivisione degli spazi pubblici, tra le altre cose.
Senza dimenticare che questa scia luminosa, può anche voler dire ricominciare ad andare al cinema d’inverno: riscoprire la bellezza della sala per quelli, non pochi, che hanno perso l’abitudine di viverla.
La voglia di vincere l’appiccicaticcio addosso, dunque, può essere lo stimolo iniziale per recuperare il piacere (valido per tutte le stagioni) di sprofondare in una poltrona (spesso molto comoda) e lasciare il mondo fuori per un paio d’ore. Altra cosa difficile da fare a casa, per i mille agenti distraenti che trafiggono il buio vero, sano, magico della sala cinematografica.
