La solitudine, che brutta cosa. Si pensava che i supereroi non ne soffrissero, fieri dei loro poteri e della celebrità. Ma Spider-Man, cioè Peter Parker, personaggio gentile e determinato al tempo stesso, non è così. Lui si sente solo, malinconico nella sua stanza, nonostante le imprese vittoriose che gli conquistano l’affetto di New York, la fama, le acrobazie per catturare i cattivi in un dinamismo travolgente fra gli spazi caro al nuovo regista, Destin Daniel Cretton.
L’eroe (Tom Holland) è triste: gli mancano gli amici, il grasso simpatico Ned (Jacon Batalon) e soprattutto l’amata Mj (cioè Zendaja: già, perché lei e Tom intanto si sono sposati nella vita reale ed hanno lavorato insieme nell’Odissea). Ma la responsabilità della situazione è sua: nella puntata precedente per salvarli è stato costretto ad usare la magia perché il mondo dimenticasse il suo segreto. E così i due amici sono solo ricordi, dolorosi e intermittenti come quello della zia che lui va a trovare al cimitero, rivelando la nobiltà sensibile del suo carattere.
Davanti a questa solitudine, l’eroe si sente disarmato. Fragile, tutto il contrario dei classici eroi senza paura, mentre Peter Parker è un uomo dallo sguardo limpido, che sa commuoversi, esile nel corpo in apparenza, ma formidabile nell’azione, comunque, funambolico nelle scene di battaglia in terra e in cielo contro avversari temibili e nuovi.
Perciò, non può smettere di combattere per il bene. Infatti, succede che la gente teleguidata da una mente nascosta eccezionale perda il controllo: una mente che tenta pure di impossessarsi di lui, Spider-Man. Si tratta di Jean (Sadie Sink), una ragazza superdotata che vuole vendicarsi per la morte della sorella causata dall’organizzazione Damage Control con cui l’eroe collabora. Ma sia Peter Parker che Jean capiranno di essere entrambi persone dotate di poteri, ma poi di fatto emarginate e sole: non potranno che unirsi in qualche modo e fare i conti con un passato doloroso.
Spider-Man però deve ricorrere all’aiuto altrui, di Frank Castel, un energumeno “punitore” simpaticissimo nella sua rozzezza e spaccone, anche perché si trova a confrontarsi col professor Banner (Mark Ruffalo) che si trasforma nel pericoloso e devastante Hulk. Un po’ troppa carne al fuoco, forse, ma i nuovi personaggi servono a rinfrescare la narrazione con la loro entrata e le loro “abitudini” (si fa per dire), evitando il racconto uniformemente fissato sull’eroe.
Così, fra acrobazie, voli, lotte marziali, devastazioni le quasi tre ore filano per l’entusiasmo dei ragazzini in sala, presi dal dinamismo della storia – che ricalca i giochi al computer – e il romanticismo tenero di un piccolo bacio sullo schermo, tutto da applaudire. È una bella favola, in fondo, e i ragazzi se la godono.
Del filmone, che punta certo a continuare la storia magari con nuove avventure extraterrestri, rimane, ben oltre gli effetti speciali e la tecnica sapiente, un messaggio, quello che Spider-Man pronuncia in modo convinto: «Nessuno può restare solo, tutti abbiamo bisogno di aiuto». Non è male per un eroe irraggiungibile, l’unico dei fumetti ancora in vita e in quale vita!
La dimensione sincera ed umana che Tom Holland ha impresso alla sua recitazione – come era accaduto nell’Odissea, ma in modo qui assai più spiccato e personale – ha reso giustizia al” cambiamento” di tono e di prospettiva nel filmone, ben oltre una narrazione talora un po’ caotica, talora brillante, e sempre col sentimento giusto, fascinoso per tutti. Non solo per i ragazzi.
