Al cinema non si va solo per sognare o rilassarsi. Sarebbe fare un torto alla settima arte che vuole raccontare la vita, attingendo al passato ma indagando sull’oggi. Molti film toccano il tema del ricordo − ormai un topos –, tuttavia riandare indietro serve, se ben fatto, a riannodare la vita e, se possibile, a ricominciare, ritrovando la pace. Si parte dal dolore, perché quello sempre e comunque è sacro.
Lo si nota nel film dell’italo-argentino Marco Bechis, il coraggioso Ritorno a Buenos Aires. L’ex dissidente Mariano Guerra, un medico che torna in Argentina nel 2008 per testimoniare contro gli ex torturatori del famigerato Garage Olimpo negli anni ’70, è un uomo ispido, non facile, iroso e solitario, con una figlia. Crede che il viaggio sarà breve. Ma il ritorno in patria dopo 33 anni in Italia è un ritorno durissimo al passato − rivissuto attraverso i flashback di lui da giovane studente di medicina –, ai fantasmi della prigionia (due anni e 46 giorni) e ai vecchi compagni di lotta, sopravvissuti come lui, pieni di rancore nei suoi confronti. Perché solo lui si è salvato, cosa sapeva dei “voli della morte”?
L’uomo vaneggia, trema, è terrorizzato quando il suo vecchio carnefice, che gli ha salvato la vita, gli si presenta: e lui si trova di nuovo vittima tremante davanti a lui. È ancora plagiato, indifeso. In una città brutta, fosca, con gente segnata dal dolore, con un processo freddo dove si insegue la verità sui desaparecidos (terribile la scena del prete che assolve uno dei poliziotti), è messo di fronte ad una scelta precisa: dire la verità o nascondere il vissuto con l’ex capo che l’ha violentato e di cui è diventato complice facendo i nomi dei compagni?
Ci sono momenti in cui non si può più eludere la verità e lui forse ritrova il coraggio di farlo e di ricominciare a non avere più paura di nessuno. E sta qui la forza morale del film, recitato alla grande da Adriano Giannini come un sonnambulo silenzioso che lentamente si apre alla coscienza del passato, grazie a gesti e sguardi, ad incontri ravvicinati, risolutivi. La prigione, il Garage Olimpo di cui rivede misurati i passi e le vicende, sono fantasmi destinati a scomparire, perché la verità fa liberi, se la si vuole in questo film dolente, essenziale, deserto in cui Bechis esplora il suo passato ma anche quello di ciascuno di noi. Come è giusto che sia.
Su un altro registro si gioca la commedia agrodolce Calle Malaga, diretta con verve e acutezza da Maryam Touzanie e interpretata dalla grande Carmen Maura, ex musa di Almòdovar, qui nei panni di un’anziana signora spagnola, nata e vissuta a Tangeri, dove si trova molto bene con tutti. Ma c’è la figlia che ritorna e, passato il primo momento di festa, spiega il motivo della venuta: vendere la casa della madre e portarla a fare la nonna da lei a Madrid. Il colpo è duro e aspro e la signora non vuole cedere, la tensione fa scintille fra le donne. La figlia incalza e la donna sembra accondiscendere, ma in silenzio ricompra i mobili e inizia una nuova vita, anche sentimentale. Da Tangeri non partirà. Questa è la scelta, la verità detta chiaramente dall’anziana signora che vuole decidere lei per la sua vita. È una decisione chiarificatrice che il film porta avanti: il rispetto per la senilità contro l’egoismo dei figli. Naturalmente il film è brioso, scintillante, chiacchierone, colorato, con alcuni momenti deliziosi come i colloqui dell’anziana con l’amica suora a cui rivela dettagli piccanti… La tesi, polemica, rimane: prima la verità e l’indipendenza, anche davanti ai figli. E vivere la vita sino in fondo.
Provocatorio è certamente Serpenti, sceneggiato dai fratelli d’Innocenzo e diretto da Roberto de Paolis. La satira implacabile e purtroppo vera sulla nostra società superficiale e assuefatta al male, nel caso al femminicidio, racconta di un povero marito che si autoaccusa dell’omicidio della moglie e vuole riparare. Con un tono grottesco ecco il poliziotto indolente (un Alessandro Borghi comico), un avvocato parolaio (Pietro Castellitto) che non lo prendono sul serio: niente televisione, scoop, cattura di delinquenti famosi, a che serve fare l’indagine? Lo conducono da una fattucchiera (Valeria Golino) che lo stordisce con le chiacchiere e alla fine il pover’uomo (Leonardo Lili) scoprirà che l’apatia, anche dei servizi pubblici, e l’ignavia dominano sovrani. La verità è che al male ci si abitua e tutto diventa uguale, innocuo, dice il film con una punta di veleno ma veritiero. Godibile tuttavia per la surreale commedia all’humor nero condita dalla bravura degli attori.
