Sconcerto e rabbia in Medio Oriente

Anche se taluni lo temevano, la decisione di trasferire l’ambasciata statunitense da Tel Aviv alla Città santa suscita indignazione e porta un colpo fatale alla considerazione degli arabi per l’amministrazione Trump
AP Photo/Majdi Mohammed

Sono i palestinesi, ovviamente, ad aver reagito con forza alla decisione di Trump di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, ritenendo quest’ultima capitale di Israele. Così il presidente palestinese Abu Mazen, al secolo Mahmoud Abbas, ha affermato che gli Stati Uniti minano «deliberatamente tutti gli sforzi di pace». Essi «stanno abbandonando il ruolo di sponsor del processo di pace che hanno svolto negli ultimi decenni». Anche se Abu Mazen sostiene che nei fatti non cambierà nulla a Gerusalemme. «Trump ha squalificato gli Stati Uniti d’America da qualsiasi ruolo in qualsiasi processo di pace», ha detto da parte sua il segretario generale dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), Saeb Erekat. I radicali di Hamas, da parte loro, sostengono che «le porte dell’inferno si sono aperte» per la presenza statunitense nella regione. E stigmatizzano la presa di posizione di Benjamin Netanyahu, a capo del governo israeliano: «È una giornata storica».

In campo internazionale, fuori dal Medio Oriente, le reazioni sono sostanzialmente tutte di condanna. Macron: «Decisione deplorevole»; Merkel: «Lo status di Gerusalemme può essere negoziato solo come parte di una soluzione a due Stati»; Mogherini: «Lo status finale di Gerusalemme deve essere risolto attraverso negoziati che soddisfino le aspirazioni di entrambe le parti»; Putin: «Sosteniamo i colloqui di pace»; e papa Francesco ha sentito al telefono Abu Mazen: «Non posso tacere la mia profonda preoccupazione per la situazione che si è creata negli ultimi giorni e, nello stesso tempo, rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo della città, in conformità con le risoluzioni pertinenti delle Nazioni Unite»…

In Medio Oriente l’indignazione pare universalmente condivisa. Dall’Iran fanno sapere che la decisione è una provocazione e una decisione insensata da parte degli Stati Uniti che indurrà una nuova intifada e spingerà verso un comportamento più radicale, con più rabbia e violenza». Dalla Giordania sostengono che «la decisione del presidente degli Stati Uniti è una violazione delle decisioni del diritto internazionale e della carta delle Nazioni Unite». Persino il principe saudita Muhammad bin Salman, grande alleato di Trump ha reagito: «Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele rappresenterebbe una flagrante provocazione per i musulmani in tutto il mondo».

In Libano, Paese nel quale l’ostracismo nei confronti di Israele è totale, nel campo palestinese di Bourj el-Brajne, i manifestanti hanno scandito slogan violenti contro Israele. Il segretario generale locale dell’Olp ha parlato di «totale rifiuto della decisione degli Stati Uniti di riconoscere Gerusalemme come capitale del Paese, come preludio alla definitiva cancellazione dello Stato palestinese».

Lo stesso presidente Michel Aoun (cristiano maronita) ha dichiarato che la decisione del presidente degli Stati Uniti «minaccia il processo di pace e la stabilità nella regione». Il presidente Aoun ha anche messo in guardia contro «le conseguenze che questa decisione potrebbe avere sulla stabilità della regione e forse sul mondo intero». E il premier Saad Hariri (musulmano sunnita) ha detto che «la decisione di Donald Trump è una mossa rifiutata dal mondo arabo e rappresenta un pericolo per i pericoli che minacciano la regione».

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