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Sanremo incorona Mahmood

Fine dei giochi e delle maratone notturne. Ha vinto a sorpresa Mahmood, giovane milanese di chiare radici egiziane: un trionfo che qualcuno ha interpretato come indiretta reazione ai populismi, anche se lui ha subito dichiarato di essere italiano al 100% e di volersi tenere alla larga dalle polemiche sui migranti. Secondo Ultimo, terzo posto a Il Volo. A Daniele Silvestri i due premi della critica e quello per il miglior testo, a Cristicchi quelli per la migliore interpretazione e composizione.

A livello d’ascolti, il Festival di Sanremo numero 69 chiude raccattando ascolti in lieve calo (56,5% di share, meno 1,8%), e con un vincitore a sorpresa, Mahmood, che ricorda un po’ l’exploit di Gabbani di due anni fa: l’outsider che trionfa ribaltando le previsioni della vigilia. Secondo, un altro giovanotto, Ultimo, stizzito come tutti i papabili che escono cardinali da un Conclave, ma che tuttavia si conferma una delle realtà più promettenti del nuovo cantautorato nostrano; solo terzo il trio Il Volo, alfiere del melodismo italico da esportazione, ma scalzato in patria da tutt’altre tendenze.

Ma a vincere quest’anno è stata anche la verve eclettica di Virginia Raffaele (ieri sera il suo medley di imitazioni è stato strepitoso), la struggente tenerezza dell’irriducibile Bertè, l’orgogliosa iconoclastia di gente come Zen Circus, Ghemon, Achille Lauro, tutta gente che questo Sanremo ha definitivamente sdoganato. Soprattutto quest’anno ha vinto la noia che ha soffocato questo Festivalone ipertrofico e povero d’emozioni autentiche. E quanto ai verdetti di ieri notte, si sa: da queste parti, e non da oggi, quelli buoni servono solo a far curriculum, e quelli deludenti potrebbero nascondere grandi soddisfazioni su tempi lunghi.

Le impressioni generali accomunano l’incipit all’epilogo: delle 24 canzoni in gara poche sembrano destinate a passare dalle orecchie al baule dei ricordi memorabili, magari aggiungendo ai succitati la ritmica e soleggiata Per un milione dei Boomdabash, con la canzone regina Soldi, un altro dei probabili tormentoni di questa imminente primavera. Tutto il resto lo diranno i mercati, i download, gli streaming, e i cachet delle prossime tournée.

Caciarosa platea a parte, l’Ariston pacificato di quest’anno è certo stato più simile al ponte di una Love Boat che a un Grand Guignol d’altri tempi: con gran rammarico dei nostalgici delle baruffe sanguinose, e l’annoiata indifferenza di chi ne implorava da tempo l’abrogazione. Ma così è: siamo un popolo difficile da accontentare, ma che alla fine si trangugia quel che passa il convento. Anche perché ciò che da queste parti separa un trionfo da una debâcle sono quasi sempre dosaggi infinitesimi: un copione un po’ più brillante, una scaletta più snella, qualche canzone meno inutile, parentesi in grado di spiazzarci o di sorprenderci; in altre parole quel calibrato equilibrio tra allegria e sentimento, tra frizzi, sogni e realismo, che è ben difficile da azzeccare, tanto più in una realtà ondivaga e sfuggente come quella odierna.

Che Sanremo è stato il Baglioni Bis? Molto, forse troppo simile al precedente nell’approccio; la formula nel suo complesso ha retto sì, ma anche un po’ stufato, e dunque – chiunque sia il gran cerimoniere dell’edizione del Settantesimo –, sarà impossibile non tenerne conto. È già cominciata la ridda d’ipotesi su come sarà: sofismi da addetti ai lavori in verità, giacché l’italiano medio è già tornato alle sue consuete occupazioni: infischiandosene o fischiettandolo, a seconda dei gusti.

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