A 88 anni Ridley Scott continua a girare film, dopo l’ultimo di due anni fa, Il Gladiatore n. 2, non certo all’altezza del primo.
Questa volta, utilizzando il romanzo di Peter Heller del 2012, insegue un filone già sfruttato, ovvero il post-apocalittico in versione thriller avventuroso. Il mondo è perduto a causa di una epidemia, la civiltà collassata. Resistono piccoli gruppi o individui qua e là desiderosi di sopravvivere in una terra inaridita. È il dopo la fine del mondo, del nostro mondo.
Hig (Jacob Elordi) è un meccanico, sensibile, ombroso, ha perso la moglie e il figlio, gli rimane il fedele cane Jasper, un personaggio che diventa l’amico del cuore. Fa squadra con un ex marine incallito, Bangley (Josh Brolin) che senza moralismi difende con le armi il suo rifugio, un deposito aereo, dai gruppi delinquenziali che scorrazzano, depredando e uccidendo. Gente impazzita, bruciati dalla voglia di sangue per sopravvivere.
Hig pilota un piccolo aereo, scende a Denver, la sua città, entra nella casa piena di ricordi dolorosi, ascolta un messaggio proveniente da Grand Junction, una località di sopravvissuti pericolosa: gente mentalmente scossa, illusa di ricreare il passato, dalla quale è meglio fuggire. Incontra pure in un bosco un ex agricoltore e la figlia, vedova: sospetti iniziali, poi un rapporto quasi umano, forse un amore tra i due giovani, di fatto impossibile: la ferita dolorosa in entrambi sembra insuperabile.
Il mondo è dunque violento, deserto, duro. Ma lui, il giovane uomo malinconico e deciso, non vorrebbe smettere di rimanere “umano”, aiuta una piccola comunità. Il suo vero riposo è però fissare il cielo, le costellazioni dove ora vive anche il suo cane, lasciare per un momento la tristezza.
Il film, magnificamente girato tra l’Abruzzo e le Dolomiti, scritto un po’ meno magnificamente, talora un po’ piatto, si concentra in particolare sui due attori Elordi – ripreso spesso frontalmente e con espressioni tra il deciso e il pensieroso – e Brolin, rude militare, molto americano. Due tipi umani assai diversi nella società perduta: l’uomo che cerca, che ha bisogno di spazi infiniti, di guardare e in alto, di mantenersi “umano”, e quello che alla violenza risponde con la violenza, seguendo la logica del più forte.
Il film ricorda certo altri lavori del genere e la narrazione risulta talora discontinua. Ma il suo fulcro risiede nell’indagine oltre che nei caratteri umani, nella natura che nonostante la morte, risorge bellissima: monti, valli, foreste e il cielo stellato, luogo del respiro e forse di una speranza.
Il filmone, non troppo lungo, nel suo percorso avventuroso, lascia una domanda esplicita allo spettatore. Nel mondo attuale minacciato dalla malattia, dal disastro climatico, dalla violenza, dalla possibile fine di una civiltà di pensiero e di comportamento, vogliamo rimanere umani – capaci di sperare ed amare – o sopravvivere chiudendoci: homo homimi lupus (l’uomo è un lupo per l’altro uomo)? Nonostante i suoi limiti, forse a causa dell’età, Scott ha il coraggio di farci questa domanda. Non superficiale. E ben oltre il thriller fantascientifico.
