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Cultura > I film della settimana

Robin Hood “demitizzato”

di Mario Dal Bello

Il “principe dei ladri” era un eroe sanguinario? Ci scommette il film Robin Hood Il prezzo del sangue con un grande Hugh Jackman

Dov’è finito l’eroe in calzamaglia sugli schermi dal 1922 (Douglas Fairbanks) passando per l’animazione del ’73 e per attori come Lex Barker (1960) Kevin Costner (1991) e Russel Crowe(2010), senza dimenticare gli altri prodotti più o meno avventurosi o addirittura ironici (1993)?

Qui un vecchio irsuto come un dio michelangiolesco (Jackman che sostiene egregiamente l’intero film), irato e selvatico durante una tempesta con un cielo perennemente ingrigito e furioso, incontra una ragazzina, la nutre, e poi la lascia fuggire. Cosa strana, perchè lui ama il sangue, uccidere, incendiare, portare la morte. La leggenda dell’eroe romantico che ruba ai ricchi per dare ai poveri, l’innamorato di lady Marian, che vive nella foresta e lotta contro i cattivi, non è vera. «Le storie sono fatte per gli sciocchi», dirà, demitizzando sé stesso da ogni racconto che lo abbia idealizzato.

Il Robin che conoscevamo non esiste più anzi, secondo lui, non è mai esistito ed una prima parte del film lo vede selvaggiamente preso dalla morte e dal sangue, anche se confesserà: «Una volta amavo uccidere ora non più, non mi dice niente». Ferito, si farà curare da una suora in un monastero di un’isola misteriosa. Forse la donna lo amerà, certo gli trasmette lentamente un minimo di mitezza ed egli rivedrà il suo passato, sé stesso, incontrerà persone che sono state le sue vittime ed un lebbroso saggio che lo porterà a svelare a tutti la sua vera storia.

Un cammino da parte di un uomo violento verso una possibile pace. Ancora una volta il cinema presenta un non-eroe ramingo e solitario, disumanizzato, privo dell’aura magica della leggenda che si è creata intorno a lui e che a suo tempo certo gli piaceva. Ma ora è prigioniero del suo mito, che è falso, se ne vuole liberare tentando di ritrovare la verità. Ma deve fare i conti con quell’altroil seme della violenza e del sangue – forte dentro di lui.

Certo, il regista Michael Sarnoski rilegge la storia di Robin a modo suo, secondo una visione molto attuale dell’uomo violento che viene glorificato, un tempo dai cantori medievali e ora dai media, ma che finisce prima o poi a rivelarsi frutto di un mito ingannatore, per gli altri e poi per sé stesso. Robin vecchio selvaggio è drammaticamente perso e solo la vita nel monastero tra ragazzini innocenti e malati può aprirgli uno spiraglio, spingerlo a rivelarsi – «sì, sono Robin Hood» – e desiderare una morte non agitata , dopo aver imparato finalmente qualche minimo gesto d’amore verso una bambina a cui ha ucciso i genitori.

Girato tra luoghi selvatici e duri, tempeste marine, notturni ma anche primaverili e colmi di mistero – il monastero “forma” del divino da secoli –, con una recitazione spoglia volutamente in scene dolci ma anche violente, il racconto-metafora è “vissuto” da Jackman letteralmente, facendosi a tratti un dio severo e terribile e poi un vecchio incerto e perplesso. È uno sguardo realistico e dolente su un uomo schiavo del proprio mito, ma che faticosamente, come ciascuna persona, può decidere di non recitare più un ruolo nella vita, ma avere il coraggio della verità su sé e cercare un nuovo percorso. Scelta ardua, quella di dire di no alla violenza in sé stessi e sugli altri, ma forse possibile in un racconto teso, scarno, lento e veloce al contempo, che può spiazzare ma pure aprirci alla verità su chi vogliamo essere davanti agli altri e su chi siamo veramente.

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