Riattiviamo gli aiuti in Siria

Seconda parte dell’intervista a Robert Chelhod, di Aleppo, coordinatore locale dei progetti AMU

Emergenza Siria. Adesso che la crisi si è attenuata calano anche gli aiuti, ma le necessità sono ancora tante. Tu coordini sul posto tutti i progetti sociali sostenuti attraverso l’Amu. Come vi muovete?

Sì, gli aiuti vengono meno mentre è sempre maggiore il bisogno. La situazione va avanti da 7 anni… I progetti vanno dall’aiuto per il vitto, come integrazione del reddito – 1 kg di carne costa 10$, su uno stipendio di 60$, quindi il costo della vita è molto alto – , all’aiuto alla scolarizzazione per permettere un’istruzione privata, perchè quella pubblica è scadente o inesistente. Poi ci sono gli aiuti sanitari, perchè la sanità pubblica che prima garantiva assistenza gratuita a tutti, oggi, per la mancanza di medici, medicinali e strumenti, non riesce a rispondere a standard minimi di accessibilità. Per il 2018 abbiamo previsto un programma di assistenza a 200 famiglie ad Aleppo, Damasco, Homs, e sul Litorale.

Oltre gli aiuti alle famiglie, si sono strutturati alcuni progetti più stabili:

due doposcuola, a Damasco e Homs, con 100 bambini ciascuno, sia cristiani che musulmani, per rispondere così all’emergenza della scolarizzazione, nella fascia dell’istruzione primaria. Dalle campagne arrivano nelle città, con un background molto basso, e le classi sono molto affollate (anche 60 bambini), perchè mancano gli insegnanti e quindi il rendimento è molto basso;

due progetti sanitari specifici, rivolti al sostegno economico per cure per il cancro e per la dialisi. C’è un ufficio con uno sportello per i colloqui per i vari casi, e le persone vengono assistite sia dal punto economico che psicologico e morale. Si tratta della gravità nella gravità, della malattia in una situazione già difficile di sussistenza.

una scuola per bambini sordomuti, attiva già da prima della guerra. È l’unica scuola che offre un servizio professionale ad Aleppo, per 75 bambini, con 30 operatori.

Sono anche occasioni di lavoro per la popolazione…

Tutti questi progetti offrono una possibilità a tanti giovani. In questo momento la questione lavoro è fondamentale. Stiamo sognando nel prossimo futuro sulla possibilità di lavorare sul microcredito per far ripartire le attività. Aleppo era una città piena di commercianti, che oggi ripartirebbero pure, ma manca il capitale iniziale. Poter dare loro questa possibilità significa dare la possibilità di tornare a lavorare e quindi di mantenere autonomamente la propria famiglia.

Perchè tanti invece continuano a partire…

L’esodo, soprattutto dei cristiani, è inarrestabile. Il motivo è l’insicurezza, il poco lavoro che c’è. La chiesa soffre di questo, questa è storicamente terra dei cristiani, prima dell’arrivo dell’islam. La chiesa cerca di fare il possibile per aiutare e sostenere, ma le risorse sono molto poche. E non si può impedire alla gente di andar via. Di recente sono andato a trovare una giovane coppia, appena sposata, in attesa di un bambino. Si preparano ad andare in Svezia. È una potenzialità del Paese che va via. La maggioranza dei giovani è nell’esercito.Trovi dunque qualche universitario, o ragazzi. Ma la fascia 25-40 non c’è. I quartieri cristiani sono vuoti. Nella città di Aleppo si calcola un calo da 130mila a 40mila  cristiani. I due terzi sono andati via, mentre sono arrivati tanti musulmani sfollati dalle loro città distrutte. E si sente questo cambiamento demografico nella geografia della città.

Che riflesso ha questo sul dialogo interreligioso?

Certo, è impegnativo, ma devo segnalare anche un risvolto positivo. È vero che i cristiani sono andati via, ma è successo – parliamo di Aleppo – che i cristiani si consideravano un po’ l’élite del paese, chic, colti, la città dove si mangia meglio, forse un gruppo un po’ chiuso. Con la guerra, visto che le zone musulmane sono state colpite, tanti si sono rifugiati nelle zone cristiane. Quindi i cristiani si sono aperti ai musulmani, che cercavano case, ecc.. Hanno dovuto accoglierli. I vescovi dicono: questa è la testimonianza che dobbiamo dare. Il vescovo latino di Aleppo emerito, mons. Armando Bortolaso, durante la guerra mi ha detto: “Adesso è il momento di essere veri cristiani.

Allo stesso tempo i musulmani hanno conosciuto più da vicino chi sono i cristiani. Sono stati toccati dalla testimonianza, dall’amore, dall’aiuto concreto. Si sono incuriositi, a Natale andavano nelle chiese a vedere cos’è questo presepe, questo albero di natale… per loro è tutto nuovo. Se prima avevano una certa reticenza, adesso sono contenti di questo approccio verso i cristiani. C’è il positivo, c’è il negativo. Sia lo Stato, sia le associazioni cristiane e musulmane, le chiese, le moschee, hanno fatto di tutto per aiutare la popolazione, senza differenze. Il positivo è che questa guerra ci ha uniti di più tra siriani, perchè siamo tutti sotto il dramma”.

 

Leggi la prima parte: Dalla Siria alla Siria

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