Rap: la voce di una generazione

La musica di Willie Peyote, uno dei maggiori rappresentanti del cantautorato rap italiano

Per chi ancora non lo avesse capito, il rap è il cantautorato dei tempi moderni, la voce di una generazione che annaspa e scalpita per riuscire a rimanere a galla in un mare di musica da “boomer” e nostalgia galoppante. L’Italia è il paese dei poeti e dei cantautori da sempre, lo dimostrano i nobili esempi che abbiamo avuto dal dopoguerra a oggi, avvicendatisi nel tempo alcuni, ancora in attività tanti altri.

Al rap si è recentemente aggiunta la trap, sottogenere tanto caro agli adolescenti e spesso criticato per assenza di contenuti. E in tutto questo, i trentenni, i quarantenni? Si potrebbe pensare che siano rimasti afoni, orfani di guide e profeti musicali. Sbagliato.

Classe 1985, torinese (e torinista sfegatato), Willie Peyote, all’anagrafe Guglielmo Bruno, è uno dei maggiori rappresentanti del cantautorato rap italiano. Un trentacinquenne, con un passato nel rock, che ha fatto gavetta per anni arrivando ultimamente a raggiungere un certo tipo di apprezzamento da parte del pubblico. Qui non si parla di banconote sventolate come un trofeo né di ragazze succinte nel backstage, qui si parla un po’ di tutto ma con una sana rabbia, con quella voglia di spaccare il mondo non per distruggerlo, ma per renderlo migliore.

Ad aprile è uscito Algoritmo, il suo ultimo singolo in collaborazione con Shaggy, sicuramente il punto più alto della sua carriera. Ce lo aspettavamo e, sinceramente, ce lo auguravamo. La stoffa c’è e c’è sempre stata, fin da Non è il mio genere, il genere umano, album d’esordio del 2014 che trasudava cinismo e consapevolezza.

Negli anni le parole si sono ammorbidite ma gli argomenti no. Molto affezionato al concetto di società giusta per giusti individui, Willie Peyote ha dato prova di poter parlare di vari argomenti con invidiabile lucidità, confrontandosi con razzismo, politica, comunicazione di massa, religione e, perché no, sentimenti.

«Niente di speciale ma neanche un errore», canta in Ottima Scusa, il suo singolo più famoso, con il cuore spezzato ma con la testa ben ancorata alle spalle. Perché la voce di una generazione, seppur apparentemente fiaccata dallo scorrere delle lancette, deve comunque mostrarsi per quello che è per poter arrivare all’anima delle persone, deve avere e mostrare tutte le debolezze che qualsiasi ragazzo trascina con sé.

Sullo sfondo di tutto questo, Torino, la città che gli ha dato i natali e che lo ha cresciuto. La canzone Porta Palazzo ne è un esempio lampante, dedicata alla sua città ma anche a chi, secondo lui, la sta rovinando (la sindaca pentastellata non è mai stata tra le simpatie del rapper) e il brano stesso è contenuto nel disco Sindrome di Toret, gioco di parole che cita le fontanelle tipiche del capoluogo piemontese.

C’è poi un altro aspetto fondamentale che rende la musica di Willie Peyote meravigliosamente credibile: la band. In un mondo fatto di synth e basi elettroniche, può risultare anacronistico comporre, registrare e suonare dal vivo con una band e invece è ciò che rende la musica del rapper ancora più genuina. Coristi e strumenti a fiato si aggiungono alla classica line up basso-chitarra-batteria e il risultato è uno spettacolo completo, un concerto nel vero senso della parola.

Mi ricordo quando li vidi per la prima volta dal vivo, a Roma. Se già avevo cominciato ad apprezzare il progetto, sotto il palco me ne innamorai definitivamente.

Ecco, superati i trentacinque anni, mai mi sarei immaginato di affezionarmi alla poetica di un rapper eppure mi sono dovuto ricredere. E da lì forse ho rivalutato il genere in sé che avevo abbandonato anni fa, quando il rap in Italia si vendeva grazie agli Articolo 31 e Frankie Hi-Nrg (nonostante, nello stesso tempo, la scena underground fosse tra le più prolifiche d’Europa).

E a guardare J Ax oggi, con il viso segnato dal tempo, ballare su basi reggaeton, di nostalgia ne sentiamo tanta. Tranquilli ragazzi, c’è Willie Peyote. E con lui è tutta un’altra storia.

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